La macchia umana

Uno dei libri più famosi di Roth. Era nella mia lista dei libri da leggere da tempo, troppo tempo. Per uno di quegli strani casi della vita l’avevo iniziato pochi giorni prima della sua scomparsa.

Come sempre per i libri di Roth è difficile poter dire qualcosa, non dico di originale, non esageriamo adesso, ma almeno… di non troppo banale. Una trama densa di denunce e riflessioni – sulla società americana, sul suo falso moralismo, sui suoi pregiudizi. Personaggi complessi ed esplorati in profondità. Come Roth ha da sempre abituato i suoi lettori.

Tutto parte da quell’accusa: “Tutti sanno”, lanciata anonimamente a Coleman Silk. Ma cosa sanno? La presunzione di conoscere gli altri – ed ancor più noi stessi – presunzione che è una delle certezze più granitiche di molte persone, va in frantumi di fronte a tutto quello che veramente nascondono le vite dei personaggi messi in scena da Roth.

Ma oltre questo c’è di più sullo sfondo. Lo scontro tra due mondi culturali diversi ed opposti. Quello politically correct rappresentato dalla giovane professoressa francese, Delphine Roux. E quello rappresentato da quella vecchia scuola che nel mondo reale, proprio negli anni in cui è ambientato il romanzo, veniva difesa con impeto dal più grande dei suoi paladini, il critico letterario Harold Bloom, con il suo Canone Occidentale. Un amico di Roth…

Uno scontro aspro quella tra Harold Bloom ed i suoi oppositori. Un Agone come lo definisce lui, una battaglia culturale senza esclusione di colpi. A metà degli anni ‘80 i Giovani Turchi Multiculuralisti hanno conquistato l’egemonia nei campus più prestigiosi della Ivy League, scalzando i Grandi Umanisti, i Titani della Vecchia Scuola. E lo hanno fatto proprio contestando quel Canone, rivendicando – contro la preminenza in esso dei Maschi Europei Bianchi Defunti – una adeguata rappresentanza di tutte le possibili minoranze etniche, religiose e di genere.

Per darvi un’idea dei toni raggiunti in questo ciclopico scontro sostenuto da Harold Bloom contro chi vorrebbe anche solo allargare il Canone, eccovi un brano da una intervista rilasciata ad Alessandra Farkas e riportata nel saggio Cosa resta della letteratura?:

Il ‘68 ha distrutto l’estetica, introducendo una finta controcultura politically correct in base alla quale basta essere un’esquimese lesbica per valere di più come scrittrice. Mentre il resto dei critici li buttava alle ortiche in quanto ‘elitari e non rappresentativi delle altre culture’, io ho osato riesumare i cosiddetti ‘maschi europei bianchi defunti’. Beccandomi l’accusa di razzismo, elitismo e sessismo. Ho osato sostenere che la grande letteratura non ci rende più altruisti o generosi ma ci insegna a parlare in maniera più lucida, efficace, e, in ultima analisi, illumina il nostro io.

PLAYnovecento, una esperienza di lettura multimediale

Ve lo ricordate Novecento? Era quel monologo teatrale scritto di Alessandro Baricco… quello da cui Giuseppe Tornatore trasse ispirazione per il film La leggenda del pianista sull’oceano… Beh se non l’aveste presente, sono una sessantina di pagine. Ci vuole poco a dargli una letta. Però oggi voglio parlarvi di un esperimento che riguarda questa breve piece teatrale. Un esperimento importante in una nazione dove si legge poco e quello che si legge troppo spesso non lascia traccia. L’esperimento si chiama PLAYnovecento (link qui) ed è un tentativo elegante di unire la lettura e la musica.

Due i protagonisti di questa piccola avventura. Alessandro Baricco, l’autore, che legge i brani del suo romanzo. Ed Alessio Bertallot (link qui), conduttore radiofonico e musicista. PLAYnovecento è un’alternarsi di letture e di brani musicali, musiche che accompagnano le vicende narrate ed esaltano gli stati d’animo dei protagonisti della storia.

Lo trovate su tutti i principali servizi di streaming musicale: Apple Music, Spotify, TIM Music, Deezer, ecc. Io dovevo rientrare a Roma ieri sera da un weekend fuori porta e mi ha accompagnato dolcemente lungo la strada.

La nuova Nik Collection 2018 di DxO

I sette plug-in della Nik Collection sono da sempre apprezzatissimi tra i fotografi, professionisti e non. Il motivo risiede in una specifica tecnologia chiamata U Point. Questa tecnologia permette di sfruttare uno strumento semplice ma potente, i Control Points. Questi punti di controllo permettono di creare rapidamente selezioni precise senza utilizzare maschere o strumenti complessi. Ogni plug-in della Nik Collection include punti di controllo adattati all’obiettivo del plug-in stesso. Ad esempio, in Dfine, i punti di controllo consentono di applicare selettivamente la riduzione del rumore, mentre in Viveza i punti di controllo forniscono un controllo selettivo del colore e della luce. Strumenti molto potenti quindi ma facilmente utilizzabili che erano finiti in un limbo da quando la Nik Software era stata acquisita da Google nel 2012. L’acquisizione da parte di Big G era mirata alla sola app per smartphone SnapSeed. I plugin – prima venduti separatamente – erano stati riuniti in una unica suite e resi gratuiti. Interrompendone però lo sviluppo. Ho sempre continuato ad utilizzarli da allora – soprattutto Silver Efex pro, plug-in atto a trasformare in bianco e nero le fotografie, data la sua netta superiorità rispetto agli strumenti di Lightroom – ma mi aspettavo che prima o poi la mancanza di manutenzione del software mi avrebbe privato di questa risorsa. Poi nel 2017 DxO ha annunciato l’acquisizione della Nik Collection ed ecco che in questi giorni viene rilasciata la Nik Collection 2018!

Al prezzo di 69$ – al momento scontati per una promozione di lancio a 49$ – e con una demo gratuita di 30 giorni, i nuovi plug-in sono stati aggiornati per avere una piena compatibilità con gli ultimi sistemi operativi Windows e Mac, hanno un supporto completo per la Adobe Creative Cloud ed apportano le prime migliorie software dopo tanti anni (il pennello selettivo è pienamente operativo ed è stato introdotto un sistema di aggiornamento automatico). Non c’ho pensato due volte ed ho subito acquistato la nuova Nik Collection! Il link è qui.