Referendum Costituzionale e la bolla dell’informazione

L’impauperimento culturale degli italiani emerge sempre più esaminando i temi della politica. I temi sono banali, sebbene devastanti, per chi voglia osservarli con distacco. In primis l’incapacità di un esame critico ed autocritico delle proprie posizioni politiche, vissute come atto di fede religiosa o, per dirla più prosaicamente, calcistica. La campagna sul referendum costituzionale ne è stata un esempio limpido ed aberrante. Non solo politici incapaci di argomentare le proprie posizioni ma tesi solo ad insultare e sminuire i loro avversari. Ma soprattutto i soliti leoni da tastiera, quegli utenti che sui social network – Facebook in primis – non hanno perso occasione per sfogare le proprie frustrazioni spargendo gratuitamente tonnellate di odio. Rendendosi ovviamente ridicoli, distruggendo la propria credibilità nei confronti di chi non condivida le loro personali ossessioni e perdendo anche tempo. Perdendo tempo perché il social network di Zuckerberg non è più in grado da tempo di “spostare” le opinioni, ma solo di “rafforzarle”. L’algoritmo che gestisce le bacheche calcola i like messi dagli utenti, il tempo speso a leggere articoli o passato nei gruppi tematici, addirittura il tempo passato a visualizzare il titolo di un articolo senza nemmeno averlo aperto. Non ci credete? Potete rendervi conto delle potenzialità delle tecnologie attuali cliccando qui. Il link vi porterà al sito clickclickclik che descriverà cosa farete col mouse, quanti siti avrete visitato prima di lui, quale sia il vostro browser, ecc. Fin’anche se muovete il mouse più lentamente o più velocemente della media! In base a tutti i dati raccolti l’algoritmo di Facebook ci propone sempre e solo contenuti che vadano a rafforzare le nostre posizioni, rinchiudendo l’utente in una bolla fatta di soli contenuti favorevoli alle proprie idee. La vita nella bolla è indubbiamente confortevole. Ma ha come conseguenza quella di alienare la persona dal sano esercizio mentale basato su un confronto costruttivo con chi la pensi diversamente.

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Salvini ha imbrogliato su Twitter con #AlfanoDimettiti

La cronaca di questi giorni ci regala una classica polemica tutta italiana. Un leader dell’opposizione, Salvini, che, in mancanza di argomenti di spessore, innesca uno sterile battibecco con un membro del governo in carica, Alfano. Salvini lancia un hashtag su Twitter, #AlfanoDimettiti. Per chi non lo sapesse l’hashtag, la parola posta a seguito di #, è un potente strumento per raccogliere sotto un’unica storia contributi diversi. In soldoni se su Twitter ci cliccate sopra vi verranno elencati tutti i tweet (gli articoletti di massimo 140 caratteri che contraddistinguono quel social network) che contengono quell’hashtag. Tornando a noi, Salvini prende l’iniziativa ed apparentemente, badate bene ho detto apparentemente, l’iniziativa riscuote un grosso successo. L’hashtag infatti entra nei trending topics, la classifica di Twitter dedicata agli argomenti di cui tante persone stanno parlando in un determinato momento. Ma perché ho detto apparentemente? La storia si fa interessante…

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Cosa ci insegna la vicenda di Marino?

Non voglio annoiarvi con le solite considerazioni pro o contro Marino come Sindaco di Roma. Sui suoi atti di discontinuità con il passato, sui suoi meriti e suoi suoi demeriti. Sull’argomento c’è un buon articolo di un blogger romano che vi invito a leggere qui. Quello a cui penso oggi è al dopo Marino. Ai candidati che verranno proposti dal centrosinistra, dal centrodestra e dal cinquestelle. Francesco Costa su Il Post centra in pieno il problema:

Il disastro di Marino è esattamente il prodotto della ricerca di candidati che siano soltanto e semplicemente “onesti”, che si candidano proponendosi come “anti-politici” quando per amministrare una normale città – figuriamoci Roma – è necessario certamente essere onesti ma servono anche moltissime altre qualità e ben più rare da trovare, oltre ad avere buone idee e buone intenzioni: serve avere una certa esperienza, cosa che Marino non aveva; serve avere un mostruoso talento di amministrazione, negoziato e gestione dei problemi, cosa che Marino non ha avuto; serve essere un politico esperto e capace, in grado di gestire – da solo o con uno staff – la sua presenza pubblica, le sue dichiarazioni e le pressioni sociali e mediatiche, interessate e disinteressate, che coinvolgono chiunque ricopra quell’incarico. Marino ha dimostrato di non avere queste qualità.

A questo aggiungo che serve anche una chiara strategia per rilanciare la città. Una strategia che deve necessariamente essere di discontinuità con quella operata da Rutelli, Veltroni ed Alemanno. Questo perché quelle amministrazioni hanno portato man mano Roma allo stato attuale. Una città preda di una criminalità forte, furba ed attiva (qui per esempio si parla di Ostia e di quelle strane accuse contenute nella bozza di relazione per l’antimafia dei cinquestelle, bozza finita ai giornali e poi sparita dai radar). Una città preda della voracità di tante categorie ormai improduttive ma cariche di privilegi – un esempio per tutti, i dipendenti ATAC che hanno attuato uno sciopero bianco solo perché non vogliono strisciare il badge.

Chiunque voglia governare Roma – parlo di governare, non vincere un’elezione ed impantanarsi – dovrà presentarsi con una squadra già pronta e con le idee molto chiare. Utopia?

Le elezioni dove tutti urlano e tutti vincono

regionali_2015Nel weekend si è chiusa la tornata elettorale dedicata alle regionali. Come sempre tutti dicono di aver vinto e stravinto, fatta salva la marcata astensione dal voto. Non solo i politici – quelli ormai ci hanno abituato – ma anche i tanti cittadini comuni che scambiano la politica con il tifo calcistico. Poi, vabbè, basta guardare chi governa le varie regioni per capire chi abbia davvero vinto e chi abbia davvero perso.

Invece di perdere tempo con le solite, noiose, dichiarazioni e considerazioni nostrane sulle minoranze dissidenti, i partiti fagocitati dagli alleati e sugli appassionati del vinciamo poi vorrei invece segnalarvi un articolo di un’amica giornalista che lavora in Pakistan come osservatrice elettorale per conto delle Nazioni Unite.

Ve lo voglio segnalare perché l’astensione dalle urne e la propaganda elettorale sessista sono due macigni enormi per il nostro paese.

L’articolo si intitola La candidata c’è ma non si vede e ci racconta delle elezioni nella regione del Khyber Pakhtunkhwa. Siamo nella zona di Peshawar, in terra dei Talebani.

Ve lo segnalo perché non solo è una testimonianza diretta della non banalità del processo elettorale e dell’importanza di non disertare le urne – un diritto che troppi danno per scontato o che vedono come una seccatura. Ma anche per ricordarci che un certo modo di fare propaganda politica – basato sull’istigazione all’odio verso l’avversario o il diverso da se – non dovrebbe essere tollerato dai cittadini-elettori di un paese evoluto.

Ma, in fin dei conti, lo siamo, un paese evoluto?

I deputati delle opposizioni che non vanno al lavoro

Il cooperante italiano Lo Porto è stato ucciso due volte. La prima da una bomba nella propria prigione. La seconda dai deputati dei partiti di opposizione italiani che prima hanno chiesto a gran voce dal governo spiegazioni sulla triste vicenda e poi anziché essere in aula erano plausibilmente a spassarsela.

Visto che il 25 Aprile quest’anno cade di sabato avranno pensato di fare una bravata come a scuola e di non andare al lavoro?!?