Il mistero Henri Pick

David Foenkinos è considerato uno dei migliori scrittori quarantenni francesi. Molto apprezzato in patria, ha vinto vari premi ed i suoi libri sono vendutissimi oltralpe. Il mistero Henri Pick è uno di quelle storie che si fa leggere tutta d’un fiato. Non solo per la trama – c’è un mistero da svelare, lo dice anche il titolo! Ma anche perchè è molto “meta”, con continui richiami al mondo della cultura francese ed internazionale. Ci sono personaggi che discutono di Sottomissione di Michel Houellebecq o che leggono 2666 di Roberto Bolaño. I protagonisti di questo romanzo però più che le persone sono i libri: quelli mai pubblicati, quelli rifiutati o quelli mai presentati a un editore. Tutto parte dal sogno di uno stravagante autore degli anni Settanta, Brautigan. Immagina una biblioteca che raccolga tutti i libri che gli editori non intendono pubblicare, lo scarto della letteratura mondiale, rifugio di sedicenti scrittori che debbono raggiungerla per depositare di persona i loro manoscritti. La biblioteca dei manoscritti rifiutati vede realmente la luce nel 1990 nel Vermont, per essere poi trasferita nel 2001 in quel di Vancouver. La Brautigan Library (link qui) al momento conserva circa trecento manoscritti. E da questa suggestione parte la nostra storia…

Chicago

Ho avuto difficoltà a scrivere cosa pensassi di questo libro. Il mio giudizio una volta terminatolo è stato: mi è piaciuto, ma…

Ma andiamo con ordine. Intanto chi è David Mamet? E’ un autore teatrale che ha vinto un Premio Pulitzer per la drammaturgia nel 1984 con Glengarry Glen Rose. E che ha lavorato molto come sceneggiatore cinematografico (Gli Intoccabili, Ronin, Hannibal). Questo è il suo primo romanzo ed è ambientato nella Chicago del proibizionismo, la Chicago de Gli Intoccabili quindi, quella Chicago controllata dalla malavita che se l’era divisa in due: il North Side in mano agli irlandesi ed il South Side in mano ad Al Capone. I protagonisti sono due giornalisti che debbono far luce sull’omicidio della fidanzata di uno dei due.

La peculiarità del romanzo è proprio lo stile di Mamet. E’ come se questo libro per metà lo dovesse scrivere il lettore, perché è il sottotesto che parla, che riempie di senso le pause o le divagazioni che Mamet mette nei suoi dialoghi. Mamet non è facilissimo da seguire nel suo racconto perchè in certi momenti si ha la sensazione di avere perso il filo, di non riuscire a recuperare più il bandolo della matassa. Bandolo che nel finale si ritrova sicuramente, questo va detto. Ma la sensazione di non aver afferrato del tutto la storia mi è rimasta.

Mi ha dato l’idea di essere uno di quei libri che leggi, metti da parte e prima o poi rileggi per capirlo pienamente.

Babylon’s ashes

Nel sesto libro della saga di The Expanse il tema è uno ed uno solo. La guerra. Guerra ovunque e senza quartiere. Un po’ come alla fine della Belle Epoque in cui le nazioni europee erano all’apice della loro potenza e sono precipitate in un conflitto immane. La fantascienza verosimile della saga rende bene in questo scenario ma… ci sono dei ma. Troppi interludi alla storia principale. Quando gli eventi corrono verso finali drammatici non si apprezzano mai tutte queste pause. E l’altro grosso ma deriva dal finale che chiama in causa un Deus ex Machina. Che andava bene nelle opere dell’antica Grecia ma sfigura molto in una saga fantascientifica. Ed in chiusura dopo tutto quello che è successo il nuovo equilibrio politico sembra artefatto e superficiale – miliardi di morti e vanno tutti d’amore e d’accordo spargendosi il potere?!? A parte questo una bella space opera, anche se forse non all’altezza dei primi libri della saga. Inizia a mancare il sense of wonder che la rendeva così affascinante.

Io sono l’impostore

Il caso di Alessandro Proto, raccontato da Andrea Sceresini, è emblematico per farsi un’idea dello stato di salute (comatoso) dell’informazione e del giornalismo in Italia. Più che un libello, questa vicenda meriterebbe un pubblico dibattito. Quantomeno noi cittadini meriteremmo di poter conoscere il nome e cognome di così tanti giornalisti così leggeri nel pubblicare notizie MAI verificate.

Intanto di chi parliamo? Sceresini è un giornalista freelance, autore di varie inchieste e di reportage da zone di guerra. E poi c’è il protagonista, l’impostore del titolo: Alessandro Proto: immobiliarista dei vip, finanziere, CEO della Proto Group. Oppure nulla di tutto ciò. Fate voi…

Personalmente sono venuto a conoscenza di questa vicenda grazie a Matteo Flora. Flora lavora nel campo della reputazione digitale – produce molti contenuti sul tema, vi lascio qualche il link al suo blog qui ed al canale YouTube qui – ed ha intervistato Proto. All’inizio pensavo fosse una boutade. Poi man mano che l’intervista proseguiva ho capito che quello che veniva raccontato era realmente accaduto.

Proto è una persona specializzata nell’emettere comunicati stampa. Rigorosamente falsi. Oppure, come afferma lui, veri solo nel suo mondo! Parliamo di presunti investimenti con Trump o con divi di Hollywood. Mica robetta! Le spara grosse, Proto. Sempre più grosse. E se arriva una smentita, la smentita stessa diventa solo una notizia data due volte. La cosa singolare è come sia riuscito con questa metodologia a far parlare di se sempre più, arrivando ad affiancare al settore immobiliare quello finanziario. L’apice del suo successo? Candidarsi alle primarie del PdL, quando Alfano tentava di sfilare la guida del partito a Berlusconi. E poi l’arresto per aggiottaggio che pone un freno (momentaneo, solo momentaneo perché il fascino del male esiste eccome) al successo di Alessandro Proto. Che ad oggi è ancora in affari!

Come ha fatto il parvenu Proto ad arrivare dove è arrivato? Grazie ad un cellulare, un computer portatile, un collegamento ad internet ed a una buona lista di contatti. Ma soprattutto grazie al fatto che nessun giornalista abbia controllato MAI la veridicità dei comunicati stampa di Proto. MAI! Li pubblicavano e basta!

Il problema dei tre corpi

Liu Cixin è uno scrittore di fantascienza cinese. Nel suo paese è considerato il più prolifico e popolare. E quindi da noi è praticamente sconosciuto. Però ne avevo sentito parlare velocemente nel podcast Fantascientificast e mi ero incuriosito. I grandi della letteratura fantascientifica hanno utilizzato il genere per criticare la società loro contemporanea. Sarà che la Cina è un paese particolare ma Liu Cixin nel poscritto per l’edizione inglese ci tiene a sottolineare che non il suo intento non è mai stato questo ma quello di creare tanti mondi immaginari che non abbiano nulla a che fare con la realtà. Mi chiedo se sia la verità o un escamotage per non incorrere nella censura del regime cinese.

Comunque sia Liu Cixin è uno a cui piace la scienza e che riempie di scienza questo romanzo. Libro indubbiamente troppo verboso in alcune sue parti – vai a capire se sia solo il suo stile o se sia una caratteristica della letteratura cinese: ignorante io 😬 – ma sicuramente capace di rapire il lettore. Soprattutto nella parte iniziale dove letteralmente non si riesce a capire dove si voglia andare a finire. Non anticipo nulla della trama ma vi dico solo che si parte dalla scienza per finire nella fantascienza con una certa eleganza.

Ed in più – visto che la storia affonda le sue radici nei tempi della Rivoluzione Culturale di Mao e per altri nodi narrativi vengono posti accenni ad antiche dinastie imperiali – c’è anche l’occasione per stimolare il lettore ad approfondire poi un po’ di storia cinese.

The Game

Baricco. Il Baricco scrittore o lo si ama o lo si odia. Questo si sa. Poi c’è il Baricco saggista. Meno noto. Avevo già letto una decina di anni fa il suo precedente saggio: I Barbari. Saggio sulla mutazione (link qui) e mi era piaciuto molto. Sia per l’acutezza dell’analisi, sia per la capacità di sganciarsi dai giudizi e dalle opinioni mainstream per andare a cercare autonomamente il senso delle cose che ci circondano e che non capiamo bene.

Con questa seconda opera Baricco prosegue su quella strada, sulla strada di tentare di comprendere come e perché è cambiato il mondo dopo quella che lui definisce “l’insurrezione digitale”. Una “insurrezione” resa possibile a partire dall’opera di alcuni ingegneri visionari della California degli anni ’70 e proseguita nei decenni successivi – si parte da lontano ma, tranquilli, si procede velocemente. Tutto nasceva dal fallimento della cultura novecentesca: la più sublime prodotta dall’uomo per le vette artistiche e tecnologiche raggiunte. Ma anche la più atroce, capace di scatenare due guerre mondiali, di sganciare due bombe atomiche, di produrre dispotismi terrificanti. Di fronte a tutto ciò una nuova umanità, una umanità che già pensava con schemi diversi da quelli del Novecento, voleva creare un mondo dove quelle atrocità non potessero più ripetersi. Un mondo dove confini, senso di appartenenza nazionale, comunicazione controllata non permettessero più di sterminare milioni di persone senza che sostanzialmente nessuno ne sapesse qualcosa.

Baricco parte da un punto base: la rivoluzione tecnologica è figlia di una rivoluzione mentale e non il contrario. E su questo si può concordare facilmente, perché alla fine solo le rivoluzioni mentali (vedi l’Umanesimo o l’Illuminismo) hanno la capacità di cambiare il paradigma secondo cui l’umanità interpreta il mondo. Non siete sicuri? Pensate che sia l’avere in mano uno smartphone a disconnetterci dalla realtà che ci circonda? Oppure il contrario? Cioè che siamo noi stessi a cercare un tipo di connessione con il mondo che il telefono fisso non poteva fornirci?!?

Non mi metto qui a riassumere tutto quello che Baricco mette in evidenza e che approfondire sotto vari aspetti – il mio caldo invito è quello di leggere The Game prima di dare giudizi frettolosi. Però una cosa voglio riassumerla qui, un po’ come un appunto da tenere a mente per me stesso, un po’ per incuriosirvi…

L’essenza di questa nuova mentalità – ma anche la sua debolezza – è la disintermediazione, il saltare i passaggi intermedi della società, quei “sacerdoti” del sapere, della cultura, dell’informazione che elaboravano il mondo e ce lo fornivano in una forma semplificata ma a noi più congeniale. L’aver portato un computer su ogni scrivania, anzi uno smartphone in ogni tasca, ha avuto alla fine del percorso un risultato duplice. Ha restituito diritti e dignità ad un sacco di gente permettendo loro di accedere al tutto (tutta la conoscenza, tutta la musica, tutti i film, tutta la realtà) nel tempo brevissimo di un clic. Ma ha anche prodotto un individualismo di massa che ha messo in crisi buona parte di quelle stesse persone, prive dicevamo degli strumenti intellettuali atti ad interpretare il mondo ed ormai senza più il supporto di quei famosi corpi intermedi della società che avrebbero appunto potuto mediare tale conoscenza.

Vivere ai ritmi di questa nuova epoca è per molti difficile: mancano le istruzioni e non ci sono reti di salvataggio per chi sbaglia. L’epoca del Game ha distrutto i sogni di molti, li ha impoveriti e resi disperati. Per molti di loro il ritorno a vecchi miti come la Nazione o i confini controllati – quei miti che avevano fatto grondare di sangue il Novecento – appaiono ora come un possibile rifugio contro un mondo che li minaccia. Ed è proprio la politica dei nostri giorni – i Trump, i populisti, la Brexit – ad essere un termometro della imperfezione della nuova era in cui siamo ormai entrati.