Il nome che Avventure nel Mondo ha dato a questo viaggio è Argentina, Bolivia, Cile. Troppo lungo. Poco evocativo. Per noi è stato fin da subito ABC. L’obiettivo è visitare i territori andini a ridosso dei confini tra queste tre nazioni. Siamo in quattordici alla partenza. Tutti esperti viaggiatori e ben motivati. Il viaggio presenta alcune difficoltà. Sono difficoltà importanti ma affrontabili. La prima è rappresentata dalle grandi altezze a cui si arriverà. Per una settimana si resterà quasi sempre sopra i 4000 metri, per arrivare a toccare i 5000 metri. L’incognita è rappresentata da affanno, stanchezza e dal mal di montagna: rigetto o rialzi pressori. Non è possibile sapere prima di partire come reagirà il nostro organismo oltre il limite dei 4000 metri. L’importante è essere consapevoli dei problemi potenziali a cui si va incontro in un viaggio come questo ed avere sottomano le soluzioni. Per la pressione tutte le farmacie boliviane sono fornite di diuretici. Se vi scoppia un mal di testa che non passa neanche con un antinfiammatorio, molto probabilmente la pressione sanguigna sarà salita alle stelle. Prendete un diuretico e passa la paura. Per l’affanno basta fare tutto con calma e, alla peggio, evitare le passeggiate più difficili. Per il voltastomaco… tenetevi un sacchetto dall’aereo sempre pronto ed un antiemetico in tasca. Nel nostro gruppo i primi segni dell’altitudine sono arrivati a Tupiza, 3000 metri. Ma è stato da Potosì in poi, passati i 4000, che affanno e mal di montagna hanno fatto capolino. L’altro grande problema saranno gli sbalzi termici. Sebbene ad Agosto nell’emisfero australe sia inverno, le zone visitate sono a ridosso dell’equatore. Questo le inserisce in un clima diverso da quello a cui siamo abituati nelle fasce temperate. E’ la stagione secca. Normalmente quindi c’è il sole. Quando il tempo si guasta nevica, soprattutto in Bolivia. Difficilmente piove. Le temperature però subiscono sbalzi tra il giorno e la notte. Spesso contenuti. Sempre più estremi man mano che ci si addentra nel sud ovest boliviano. Tra il Salar de Uyuni e le lagune d’alta quota, dove si dovrà necessariamente dormire con i sacchi a pelo nei rifugi, si passerà dai 25 gradi diurni ai -15 notturni. Serve un abbigliamento molto vario e l’accortezza di coprirsi ed alleggerirsi continuamente durante l’arco della giornata. Per il resto il viaggio è molto tranquillo. Al contrario del nord del continente sudamericano, qui non si corrono rischi di rapina o peggio. La popolazione è mite ed ospitale, sebbene la povertà sia desolante.

Fatte queste premesse possiamo passare a narrare questo meraviglioso viaggio. Intanto iniziamo con una foto del gruppo. Qui siamo tutti belli in posa nel posto più impervio da raggiungere: la Laguna Colorada.

 

Ed ora, giorno per giorno, le nostre tappe.

 

30 Luglio

Voliamo con le Aerolinas Argentinas. Dovremmo partire nel pomeriggio da Fiumicino, ma… sono un po’ di mesi che sulle Ande vulcani dai nomi impronunciabili stanno eruttando. Il 29 Luglio le ceneri di uno di questi hanno costretto alla chiusura l’aeroporto di Buenos Aires. Ragion per cui sarà l’aereo del 29 a partire all’orario del nostro. E noi quattro ore dopo. Mala tempora currunt: ci avvertono anche che ci sono correnti contrarie in quota e che il nostro aereo è un vecchio modello. Dovremmo fare una scalo tecnico a Rio de Janeiro per rifornimento carburante. Che vuol dire? Che l’aereo verrà spento e che noi staremo un’ora intera seduti con le cinture allacciate mentre i serbatoi verranno riforniti. In soldoni passiamo da quattordici ore preventivate a sedici ore chiusi nell’aereo! Record personale! Aggiungete che l’aereo appunto è un vecchio modello. Quindi non ci sono schermi su ogni sedile ma pochi monitor nei corridoi. Più che vedere un film lo puoi immaginare, ascoltandone il sonoro dalle cuffiette in dotazione. In spagnolo ed inglese. E se volete riposare ricordate di portarvi una copertina. Quelle delle Aerolinas sono piccoline, vanno bene per coprire le sole gambe. L’inizio del viaggio è stato un po’ difficoltoso. Fortunatamente non avremo altri intoppi una volta arrivati a Buenos Aires.

 

31 Luglio

Tra atterraggio, recupero bagagli e spostamento con i taxi, arriviamo al nostro albergo di Baires più o meno per ora di pranzo. L’Hotel Reina risulta logisticamente molto comodo visto che è sulla centrale Avenida de Mayo. Baires mi fa un’impressione strana. L’architettura cittadina è un mix continuo di palazzi storici e palazzi moderni. Però mentre lo stesso mix l’anno prima a Sidney risultava gradevole, qui stona. La città è “mal messa”, stanca, cadente. La bancarotta degli anni 2000 ha avuto effetti ancora non riassorbiti dall’Argentina. E se questo è visibile già a Buenos Aires, diverrà sempre più evidente man mano che ci addentreremo nei poveri stati andini. Ero preparato alla povertà che avrei trovato in Bolivia. Non pensavo di trovarne così tanta in Argentina.

Siamo sotto elezioni. Candidata unica, almeno dai cartelloni, la Presidenta Cristina (Kirchner) che cerca un secondo mandato. Secondo mandato che, per la cronaca, otterrà a Novembre. Il volto della Presidenta e l’invito a votarla ci accompagnerà per tutta l’Argentina. Mi è sempre rimasto il dubbio se si fosse candidato qualcun’altro per quella carica…

La nostra prima tappa è il Cafè Tortoni, su Avenida de Mayo. Arredato in stile fin de siècle è famoso per la frequentazione della intellighenzia argentina tra gli anni ’20 e ’40. Proprio qui aveva sede La Peña, un’associazione di artisti e letterati. Vi consiglio di provare il submarino, bibita tipica argentina. Il “sottomarino” consiste in una barra di cioccolata che va’ immersa e sciolta in un bicchiere di latte caldo. Essendo partiti in piena estate ed arrivati in pieno inverno lo sbalzo termico oggi si fa sentire pienamente. Il submarino ci aiuta a riscaldarci.

Da lì abbiamo proseguito la passeggiata fino alla Plaza de Mayo, dove sorgono la Casa Rosada, sede del governo federale, e la cattedrale di Baires. Sempre a piedi poi siamo andati al Mercado San Telmo. Il mercato e la zona circostante pullulano di negozi di antiquariato e di bancarelle che vendono pellame e coppe lavorate per il mate, la classica tisana argentina. Molto caratteristico. Poi con un autobus abbiamo raggiunto il quartiere di La Boca. Avete presente la squadra di calcio Boca Junior? Ecco, il Boca Junior viene da là. La Boca in realtà è visitassimo non per la squadra di calcio ma per il suo forte legame con il tango argentino. La strada detta il Caminito, caratterizzata dalle case dipinte con colori sgargianti, è un susseguirsi di locali dove si esibiscono ballerini provetti.

Altro autobus e a fine giornata raggiungiamo il Cimitero della Recoleta. E’ il cimitero storico di Baires, con tombe di personalità importanti, cappelle familiari molto elaborate ornate di fregi e statue votive. Gusto macabro il nostro? No, in realtà i turisti vengono tutti qui per vedere la tomba di Evita Peròn.

 

1 Agosto

La mattina facciamo un altro giro per Buenos Aires. Finiti i tremori per lo sbalzo termico, fa comunque freddo. Ma sono ben coperto. Sono anche più attento e noto varie cose che il giorno prima annotavo mentalmente senza soffermarmici. Intanto il mestiere del lustrascarpe. E’ qualcosa che da noi non esiste più. Mentre in Argentina è molto diffuso. A Baires, ma anche successivamente a San Miguel de Tucumàn come a Salta vedremo spesso sbarcare il lunario con questa professione. Un’altra cosa che mi colpisce sono i carrettini per il caffè. Nonostante i numerosi bar, sempre affollati, ci sono questi carrettini zeppi di termos pieni di caffè che vengono venduti in bicchieri di plastica. Riandiamo in Plaza de Mayo per visitare con calma la cattedrale, poi andiamo ai vecchi docks, ormai ristrutturati e trasformati in una serie di locali, ed infine percorriamo a ritroso tutta la Avenida de Mayo per raggiungere il Congreso de la Naciòn Argentina. E se avevo avuto una sensazione di deja vù davanti alla Casa Rosada, pensando alla Casa Bianca, anche qui il pensiero và al palazzo del Senato di Washington.

Il pomeriggio abbiamo un aereo, le solite Aerolinas, per San Miguel de Tucumàn. Nel centro di Baires avevo già avuto questa sensazione di decadenza diffusa. Ma è stato con lo spostamento in taxi verso l’aeroporto nazionale che abbiamo avuto la piena visione della povertà diffusa. La strada taglia letteralmente in due una enorme bidonville fatta di piccole costruzioni in mattoni senza infissi. Lo spettacolo dei panni stesi ad asciugare sulle recinzioni della strada a scorrimento veloce ci lascia attoniti. Sebbene fossimo partiti mentalmente pronti a fronteggiare la povertà della Bolivia, ancora vivevamo nel mito di una Argentina come terra di occasioni e crescita economica. La bancarotta ha distrutto letteralmente una nazione dove tanti nostri antenati erano emigrati per sfuggire alla povertà dell’Italia del tempo. Arrivati a San Miguel de Tucumàn conosciamo la nostra guida per l’Argentina: Juan. Ci carica sul suo pulmino, che sarà il nostro mezzo di trasporto nei prossimi giorni per visitare le quattro province andine dell’Argentina de Norte: Tucumàn, Catamarca, Salta e Jujuy.

Prendiamo alloggio all’Hotel Mediterráneo e dopo cena ce ne andiamo, nonostante il freddo, in piazza a rimirare la Casa de Gobierno. La Casa de Gobierno è la vecchia residenza del viceré spagnolo e, illuminata da potenti fari nella notte, è uno spettacolo affascinante.

 

2 Agosto

La mattina approfittiamo per un veloce giro nel centro di San Miguel. La Catedral de la Encarnación de María e l’Iglesia San Francisco. Gli argentini sono molto devoti. A quest’ora la chiesa è ancora chiusa. Nel portico della cattedrale c’è un grande crocifisso e molte persone passano a rendere omaggio al Salvatore, prima di andare al lavoro. E’ mattina presto e fa ancora molto freddo. Però in piazza già ci sono i primi due lustrascarpe con le loro cassette ed i loro sgabelli. San Miguel è una città universitaria ed è considerata ricca. Ovviamente secondo i canoni argentini, perché basta uscire dal centro per guardare in faccia la povertà. Finito il giro nel centro di san Miguel saliamo sul nostro pulmino e partiamo. La nostra guida, Juan, è molto gentile ed affabile. Ha una guida prudente e ci racconta molte cose. Parla uno spagnolo facile da comprendere. Per prima cosa ci fa ascoltare la Luna Tucumana di Mercedes Sosa. La Sosa era una cantante argentina assurta a simbolo della sua terra e della lotta per i diritti civili contro la dittatura.

Due cose ho subito capito degli argentini: i loro dolci sono estremamente dolci, troppo per me. E le loro canzoni sono estremamente tristi, troppo per me. A parte questo sono un gran bel popolo.

La nostra prima tappa è al monumento dedicato agli indios, noto come Monumento al indio. Decisamente brutto, giudizio unanime del gruppo. Ma anche di Juan. Però nei pressi c’è un bel mercatino dove gli indios vendono capi d’abbigliamento fatti da loro. Molto belli e soprattutto caldi. Paradossalmente questo primo mercatino sarà uno dei migliori che incontreremo durante il viaggio. Dovete considerare che più ci si addentra verso le Ande argentine e verso la Bolivia più la povertà, anche culturale, aumenta. Se avete intenzione di comprare dei ricordi approfittate delle zone di San Miguel e di Salta, dove potrete trovare ancora capi ed oggetti più curati rispetto alle zone più interne.

Superato il Monumento al indio ci fermiamo presso El Mollar per visitare il Parque provincial de los Menhires. E’ un sito archeologico veramente essenziale! Ci sono solo dei menhir. Scopriamo che sono stati riuniti in questa location per preservarli. Se li stavano rubando uno ad uno! Dopo un giro nel parco proseguiamo verso Tafì del Valle dove pranziamo. Impanadas ed altre specialità locali. Da lì proseguiamo per il passo di El Infernillo. Non sono un amante della montagna. La massima altitudine a cui ero stato prima di questo viaggio corrispondeva ai 2000 metri delle piste di Bormio. Il passo di El Infernillo con i suoi 3042 metri rappresenta un mio primo record personale. Record destinato ad essere man mano superato più andremo avanti nel viaggio, fino ai 5000 metri del Sol de Mañana in Bolivia. Le comunità argentine sorgono tutte nelle valli e queste brevi puntate in altura non ci danno alcun fastidio. Scopriremo poi che saranno i 4000 metri la linea di demarcazione in cui la mancanza di ossigeno darà effetti evidenti.

A queste altezze ormai la vegetazione è molto rada. Pochi cespugli e cardones. I cardones sono questi enormi cactus che crescono un solo centimetro all’anno e possono avere una vita lunghissima. Sono protetti e non possono essere abbattuti per utilizzarne il legno. In passato invece erano sfruttatissimi per edificare abitazioni e soprattutto chiese. Spesso vedremo nelle costruzioni sacre queste tavole piene di nicchie, le sedi dove si inserivano le spine del cardon.

Nel tardo pomeriggio arriviamo a Santa Maria de Catamarca, nella poverissima provincia di Catamarca. Alloggiamo all’Hotel Plaza. Santa Maria è il capoluogo del dipartimento dove siamo e non ha nemmeno una strada asfaltata. Tutte in terra battuta, con una polvere bianca sempre sospesa a mezz’aria. Al tramonto andiamo a goderci lo spettacolo alla tableta del pintor. E’ un termine molto diffuso per indicare quegli ammassi di rocce vulcaniche caratterizzati da colori differenti che appunto ricordano la tavolozza di un pittore.

 

3 Agosto

Prima tappa del giorno è il Museo Pachamama. La Pacha Mama nella lingua Quechua è la Madre Terra. La Madre Terra era una divinità venerata dagli Incas. In queste valli non si estendeva il dominio diretto del loro impero, ma la loro influenza culturale era così forte che la Pacha Mama era venerata da tutti i popoli degli altopiani andini. Tutte le opere contenute nel museo, pitture e sculture, come la struttura stessa furono ideate e realizzate da Héctor Cruz, un artista locale autodidatta.

All’esterno del museo abbiamo il primo “incontro” con le foglie di coca. C’è un signore che le propone chiuse in una bustina. Masticare foglie di coca serve a vincere il mal di montagna. Ancora non lo sappiamo, lo scopriremo in Bolivia, a Potosì, ma la storia è un po’ più complessa di quello che sembrerebbe ascoltando il venditore. In Argentina comunque non raggiungeremo mai altezze tali da metterci in difficoltà e proseguiamo senza comprarle.

Lasciato il Museo Pachamama raggiungiamo Quilmes. Nell’Argentina di oggi Quilmes è il nome di una birra. Ma nella storia Quilmes è una fiera popolazione che si oppose all’invasione spagnola. I Quilmes vivevano in una città fortificata e ben attrezzata a resistere a lunghi assedi. Nonostante le tecnologie superiori, gli spagnoli ebbero grosse difficoltà a vincerne la resistenza. Finché, durante l’assedio della loro fortezza, grazie ad un traditore riuscirono a superare le difese e a sterminare completamente i Quilmes.

A seguito degli scavi archeologici è possibile visitare i resti della città. La cura del sito ed il servizio di guide è delegato ad un’associazione di volontari.

Ci spostiamo poi a Cafayate per visitare l’azienda agricola Domingo Hermanos. I loro vini, ahimè, non ci sembrano i migliori dell’Argentina. Debbo dire che, dopo Buenos Aires, buoni vini ne troveremo solo in Cile. In compenso le birre non sono male.

Proseguiamo nella Quebrada de Cafayate. Quebrada è il termine con cui si chiamano qui i canyon. La quebrada è veramente bella. Ammiriamo la struttura naturale chiamata Los Castillos, degli imponenti torrioni rossi, per poi addentrarci sempre più all’interno, circondati da castelli di rocce rosse, marroni e verdi.

Restiamo fino al tramonto, che incendia questo scenario spettacolare. Poi all’imbrunire torniamo a Cafayate per rifugiarci nell’Hotel Assembal.

 

4 Agosto

Lasciamo Cafayate per un’altra quebrada, la Quebrada de Las Flechas. Sebbene meno “colorata” della Quebrada de Cafayate ha queste spettacolari rocce piegate in diagonale dagli eventi sismici che ci ipnotizzano.
Juan durante una sosta ci prepara un mate de herba, la classica bevanda argentina. Una tisana coperta da un tappo di erbe aromatiche da bere in una coppa lavorata grazie ad una cannuccia. Juan ci racconta che è tradizione in Argentina passare il tempo tra amici chiacchierando e bevendo il mate. A metà mattinata arriviamo a Molinos per visitarne la bella chiesa, edificata dagli spagnoli con legno di cardones.
Sebbene i tempi siano stretti – la strada per Salta è molto tortuosa – decidiamo di prenderci un caffè nel bel chiostro di fronte la chiesa. Juan ha fretta di ripartire ma… che ci vorrà a bersi un caffè? Bene. Qui i tempi sono proprio sudamericani. Non lo so se il caffè l’abbiano seminato al nostro ordine pur di garantirci la migliore qualità. Ma abbiamo dovuto attendere un’oretta buona per venirne a capo. Anche perché qui, se un gruppo ordina qualcosa, si fanno punto d’onore portare tutte le ordinazioni insieme.
Comunque una volta bevuto questo benedetto caffè procediamo verso Cachi. A Cachi pranziamo con delle ottime empanadas. Visitiamo il Museo Archeologico Pío Pablo Díaz e la chiesa di San José. Un giro nel mercato nella piazza e poi via, verso Salta.

Altro record personale: svalichiamo un passo a 3457 metri.

Saltala Linda, Salta la Bella deve il suo soprannome alle chiese maestose e all’architettura in stile coloniale spagnolo delle case del suo centro. Arriviamo la sera all’Hotel Refugio del Inca. Già dall’hotel comprendiamo che il livello di benessere qui è salito notevolmente rispetto alle cittadine dove abbiamo dormito dopo San Miguel de Tucumàn.
Ci facciamo un giro notturno di Salta, che ci affascina con le sue chiese illuminate.

 

5 Agosto

Dedichiamo anche la mattina a visitare Salta. La cattedrale è piena di scolaresche per non so quale cerimonia. Oltre a visitare la bella piazza principale e le sue chiese, decidiamo di fare un giro al mercato della città. E’ a Salta che iniziamo ad incontrare le prime persone di etnia decisamente india. E la loro ritrosia a farsi fotografare. Si nascondono il volto appena scorgono un obiettivo puntato verso di loro. E’ credenza diffusa che le fotografie possano rubare loro l’anima! Un’altra cosa inusuale che mi colpisce molto di Salta sono gli allacci aerei della corrente elettrica. Come in molti paesi del terzo mondo rimango sorpreso che le città non brucino al primo cortocircuito!
Lasciata Salta raggiungiamo Purmamarca ed il suo Cerro de los Siete Colores. Queste “tavolozze del pittore” sono veramente spettacolari, nulla da dire!
Tappa successiva Tilcara, anzi la Pucarà de Tilcara.
La Fortezza di Tilcara si trova su un colle all’incrocio di quattro quebradas. Vista la posizione vantaggiosa, non necessitava di mura per garantire il controllo della zona. I Tilcara dominarono per molto tempo questa valle, fino all’arrivo degli Incas. Queste terre furono le ultime conquistate dall’Impero Inca prima dell’arrivo degli spagnoli. E gli spagnoli, armati di cannoni, non ebbero difficoltà a conquistare la fortezza.
Risalendo verso nord incrociamo il Tropico del Capricorno, dove sostiamo nei pressi di un monumento fatto a mo’ di enorme meridiana.
E alla fine raggiungiamo Humahuaca e prendiamo alloggio all’Hotel Solar de la Quebrada. Visitiamo Humahuaca col suo bel municipio e la chiesetta dalla pala d’oro.

 

6 Agosto

Lasciamo Humahuaca per inerpicarci fino alla Laguna de los Pozuelos. Siamo altini qui: 3500 metri. Niente più alberi, solo cespugli. La laguna ha tratti lungo la costa ghiacciati ed è popolata da fenicotteri rosa. E’ qui che iniziamo a vedere una cosa che ci lascerà riflettere anche successivamente in Bolivia, alla lagune d’alta quota. Come alcune persone possano vivere una vita così diversa dalla nostra. Questi posti isolati non sono disabitati. Qui vivono dei pastori che allevano lama e vigogne. Trovi questi agglomerati piccolissimi. Due, tre case. Qui ancora arriva la corrente elettrica, in Bolivia nemmeno quella. Ci fermiamo presso una di queste case. Sono in due, marito e moglie. Qualche cane, molti lama. E poi, intorno, il nulla. Lui accetta di guidarci verso il bordo della laguna. Strade non ne esistono ed il rischio di impantanarsi è alto. Il pastore si muove normalmente in bici con un vecchio stereo appeso al collo per ascoltare la radio! E noi ci guardiamo intorno e ci chiediamo che strana vita deve essere questo stare sempre isolati. Col vicino così lontano che andarlo a trovare ridà significato alla parola “visita”.
Poi ripartiamo e scendiamo a valle fino alla città di confine di Quiaca. C’è un torrente in secca che separa l’Argentina dalla Bolivia, con un ponte che collega Quiaca con la cittadina di Villazòn in Bolivia. Salutiamo Juan e ci apprestiamo a passare il confine a piedi. Ci mettiamo in fila dalla parte argentina del ponte e passiamo più o meno un’oretta in attesa del nostro turno. Guardiamo di sotto e vediamo che le recinzioni di confine sono precarie e che il mercato nero fiorisce alla luce del sole. Ogni tanto qualcuno scende nel torrente, scavalca una rete e passa dall’altra parte con della mercanzia!!!
Alla fine arriviamo dalla parte boliviana del ponte. Compiliamo tutti i documenti richiesti e finalmente siamo in Bolivia. Oggi è il giorno della festa nazionale per l’indipendenza!!! Sono tutti in festa, suonano per strada, ridono e scherzano. In Bolivia le signore portano i cappelli. Il tipo di cappello indossato identifica da quale altopiano provengano. Il giorno della festa nazionale i servizi pubblici non funzionano. Noi preventivamente avevamo affittato un autobus privato per raggiungere Tupiza. In Bolivia le mappe tracciano delle strade asfaltate che collegano le varie città. Mettete in conto che tanto una frana o uno smottamento le avranno sicuramente interrotte. Per cui percorriamo buona parte del tragitto su strade alternative in terra battuta. Terra poco battuta. Colonne di polvere bianca sollevate da ogni mezzo. Inutile preoccuparsene, tanto in Bolivia respirerete polvere tutto il tempo. Ho tossito per una settimana intera al ritorno dal mio viaggio…
Negli spostamenti alternativi si passa in mezzo a villaggi fatti di case di fango e paglia. O di mattoni quando va bene. Ma arrivare a Tupiza migliora di poco la situazione. Tupiza è una città di 35000 abitanti. Povera. Punto. Comunque è sempre la festa nazionale e sono tutti in giro. C’è una grigliata all’aperto dove ci invitano a mangiare per pochi bolivianos. Ah già, la moneta! In questo viaggio abbiamo gestito cinque valute. Il peso argentino, il boliviano, il peso cileno. Più gli euro richiesti come pagamento dagli hotel in Argentina ed i dollari richiesti dagli hotel in Bolivia e Cile. Tornando a Tupiza gli edifici pubblici danno l’idea di non essere più stati curati dal ritiro delle truppe coloniali spagnole. Guardate quello sopra come esempio… Comunque Tupiza ha due motivi per essere famosa. Le spettacolari quattro quebradas che la circondano. Ed essere il posto dove furono uccisi nel 1908 i famosi banditi statunitensi Butch Cassidy e Sundance Kid. Ok, ok, è famosa solo per le spettacolari quebradas! Prendiamo alloggio nell’Hotel Anexo Mitru. Roba di lusso. Non scherzo: abbiamo l’acqua calda! A Tupiza è già tanto avere l’acqua corrente, figuriamoci quella calda. Non vediamo termosifoni. Chiediamo al tipo dell’albergo. Ci rassicura: il sole riscalda le stanze di giorno. E poi di notte con le quattro coperte annesse al letto debbo dire che dormo bene!!!
La sera il gruppo si divide. Molti vogliono mangiare pasta. Io e pochi altri decidiamo di tentare la sorte in una griglieria. Prendete un garage al cui ingresso c’è questo grill dove vengono arrostiti polli e bistecche. Il garage è pieno di tavoli e gente che mangia ed il fumo della brace aleggia sul tutto. Il retro del garage si apre con una porta in un cortile interno dove si svolge una festa di compleanno. E’ sempre il giorno della festa nazionale ed una famiglia locale ci invita a sederci con loro. Siamo troppi ed alla fine il gestore ci divide e finiamo tutti a tavola con altre persone. Io finisco a quello di una coppia di turisti. Fidanzati, lui romano, lei spagnola. Vivono a Roma, zona EUR. Vengono dal nord della Bolivia, si chiacchiera e a fine serata ci si saluta. Incontri fugaci con persone che non vedrai mai più. Errore. A settembre sono al lavoro nella sala d’attesa di un ambulatorio. Una ragazza entra e mi saluta. Mi fa: ti ricordi di me? A Tupiza. Io: si! Come stai? Lei: bene, siam tornati in tre dalla Bolivia 🙂

 

7 Agosto

La mattina, prima del tour delle quebradas, facciamo due passi per Tupiza. Siamo a 3000 metri. Iniziamo ad avere le prime difficoltà dovute all’altezza. Ci stanchiamo facilmente anche a salire il basso colle che sovrasta la cittadina. Qualcuno si sente la testa un po leggera. Un’aspirina e passa tutto. Ormai la popolazione è composta unicamente da etnia india. Bambini dalle gote rosse ed adulti con la pelle come il cuoio. Difficilissimi da fotografare per la solita credenza che la fotografia rubi l’anima. Le signore hanno l’usanza di portare i bambini piccoli sulle spalle, avvolti in una coperta. Abbiamo serie difficoltà ad individuare le persone di mezza età. Ci sembrano o tutti bimbi o tutti anziani. Probabilmente l’orario lavorativo e la pelle del volto cotta dal sole concorrono a darci questa sensazione. I ragazzi della Tupiza Tours ci vengono a prendere con quattro fuoristrada – vecchi toyota diffusissimi in Bolivia – per il tour delle quebradas.

Le tappe previste sono La Torre, Quebrada Seca, Cañón del Duende, El Toroyoj, Quebrada de Palmira, Puerta del Diablo, Valle de los Machos, Cañón del Inca, Poronga, Quebrada de Palala, Camino al Sillar ed il Mirador del Sillar.

Uscendo da Tupiza scendiamo nel greto del rio Tupiza, che in questa stagione è quasi in secca. Vedere le donne che lavano i panni o i loro bambini nelle sue basse acque da la misura della povertà del posto. Giriamo in lungo ed in largo le quebradas. Sono favolose. Battono anche le più belle che abbiamo visto in Argentina.

A fine giornata ci portano in altura, a 3600 metri, per godere del panorama. Inizio a perdere qualche respiro. Una sensazione strana: pensi di aver respirato, ma l’aria non è entrata. Mi appoggio con la schiena ad una delle jeep, calmo il cuore che ha aumentato i battiti e mi ripeto: Paolo, sapevi che può succedere, basta respirare con calma e passa tutto. Respiro con calma e passa tutto. Sensazione proprio strana. Poi da Potosì in poi, passati i 4000 metri, sarà la mia condizione normale e mi ci abituerò. Ma la prima volta ti lascia sempre un po’ sorpreso.

Al rientro a Tupiza assistiamo ad un evento che attira una gran folla: la gara di motocross. Tre giri del percorso con dei macinini che stanno insieme col fil di ferro. Gran tifo da parte della popolazione assiepata un po’ ovunque. Bimbi che corrono entusiasti di qua e di là. Corono?!? Ma come si permettono?!? Noi già a camminare abbiamo l’affanno!!!

 

8 Agosto

La mattina lasciamo Tupiza per raggiungere Potosì. Anche in questo caso con un mezzo privato. Anche in questo caso con molte deviazioni per l’impercorribilità della strada principale. Ad ora di pranzo ci fermiamo in un villaggio polveroso. Ci sono delle signore che cucinano lungo la strada. Prendiamo della pasta. A parte l’abbondanza di cumino è buona. In un viaggio come questo le alternative sono sempre due: o mangiare il cibo di strada o andare in qualche chiosco per comprare dei biscotti. Viste le condizioni di conservazione consiglio vivamente di mangiare il cibo locale (pasta, empanadas, ecc). Il cibo è cotto e potenzialmente darà meno problemi di un pacco di biscotti Oreo prodotti chissà quando e conservati chissà come.
Poco prima di Potosì svalichiamo definitivamente i 4000 metri. Con tutte le conseguenze del caso. Nel mio caso scopro di essere un vecchio! Ho l’affanno. Anche senza fare nulla. Così. Botta d’affanno, boccheggio, recupero e riprendo a respirare normalmente. Un vecchio.
Arrivati a Potosì prendiamo le stanze al San Marcos Hostal. E’ una costruzione stretta ed alta con stanze su quattro piani. Cavallerescamente cediamo alle ragazze le stanze più in basso e ci giochiamo tra maschietti quelle ai piani alti. Mi dice sfiga! Mi tocca quella al quarto piano. Ok, siamo in due ad averla vinta. Prendiamo i bagagli e saliamo le scale. Entriamo in stanza, poggiamo i bagagli e passiamo un quarto d’ora d’orologio sul letto con un affanno tipo enfisema!!! Recuperato il fiato controlliamo la stanza. L’acqua calda c’è. Il riscaldamento pure. Siamo dotati di una pericolosissima stufetta a gas. Di quelle bivalenti. Le usi per riscaldarti o per un attentato terroristico. Tocca accenderla quando ritorneremo la sera in stanza e spegnerla prima di addormentarsi, oppure il nostro viaggio finirà qui.
Andiamo a farci un giro per Potosì, tanto siamo vicini al centro. Potosì è una città asma-friendly. Costruita tra i 4000 ed i 4300 metri presenta strade dalle salite ripide, percorse da vecchie auto ed autobus con emissioni euro 0. Praticamente se non soffochi per il poco ossigeno, soffochi per lo smog. Mentre boccheggi puoi comunque godere della bella architettura coloniale spagnola degli edifici del centro storico.
Arrivati nel cuore di Potosì, Plaza 10 de Noviembre, entriamo in un locale a berci un mate de coca! Praticamente anziché farsi un the con le classiche bustine lo facciamo con queste bustine piene di foglie di coca sminuzzate. La bevanda è verde ed amarognola e non ha nessun effetto sul nostro affanno. Il giorno dopo scopriremmo il perché.

Potosì è una città popolosa, piena zeppa di collegi religiosi dove affluiscono per studiare anche i bambini del circondario. Quando escono da scuola le piazze e le vie sono zeppe di ragazzi con le divise dei loro collegi.

 

9 Agosto

Potosì deve la sua fama alle miniere d’argento. Nelle viscere del monte sotto cui sorge la città c’era la vena argentifera più ricca del Sud America. Buona parte dell’argento che la Spagna ha ricavato dalle sue colonie nel Nuovo Mondo proveniva da queste miniere. Erano così ricche che ad un certo punto fu costruita una zecca, la Casa National de la Moneda, per poter inviare più agevolmente monete e lingotti d’argento in Spagna. Ci viene spiegato che quella ricchissima vena è ormai quasi esaurita. I minatori si sono costituiti in cooperative ed estraggono il poco argento rimasto, confidando di riuscire a scoprire una nuova vena. Il programma della mattina prevede la visita ad una di queste miniere. Ci vengono a prendere due minatori ed iniziano le spiegazioni preparatorie.

Intanto è buona norma portare dei doni ai minatori giù in miniera. Andiamo al mercato e compriamo dell’alcool quasi puro che spacciano per una bevanda. Delle sigarette e delle foglie di coca. E finalmente ci spiegano questa storia delle foglie di coca. Allora, per avere un effetto farmacologico dalle foglie di coca bisogna ruminarne un notevole quantitativo. Questi girano con buste di foglie di coca e hanno sempre un bolo in una guancia. Li vedi da lontano con questa guancia gonfia per le foglie. Ma non basta. In bocca devi tenere anche un sasso. Ci elencano tre tipi di minerali che catalizzano l’estrazione del principio attivo dalle foglie. Quindi potete anche bervi termos di mate de coca ma non vi farà nulla. I minatori mangiano solo due volte al giorno: a colazione e a cena. Non mangiano mai in miniera. Ruminare la coca non solo li mantiene svegli ed attivi ma gli toglie anche la fame. Comprati i regali e date le spiegazioni ci portano a cambiarci. Cioè ad indossare delle tute da miniera, caschetto, mascherina e stivali.

Quello del minatore è un lavoro ambito perché la paga è alta. L’aspettativa di vita è di quindici anni. Poi la silicosi falcia le vite. Se prima non è stato un crollo a mettervi fine. Meditabondi su tutto ciò, saliamo sul pulmino e raggiungiamo l’ingresso della nostra miniera a 4500 metri.

L’ingresso della miniera è letteralmente un buco nella montagna. Piccolo, basso e nero come la pece. La differenza tra questi minatori e quelli dell’800 è che questi hanno una torcia a batteria sul casco anziché una fiammella ed un martello pneumatico anziché un piccone. Tutto qui. L’ingresso è proprio basso. Ci pieghiamo in due ed andiamo. Ma qui si striscia ed io vado in iperventilazione. Inverto la marcia ed esco. C’è troppo poco ossigeno per me. Non sono il solo del gruppo a dover rinunciare. Fuori si alternano gruppi di minatori che fanno pausa rimpinzandosi di foglie di coca. Poi chi si mette sulla testa una maglia a cui ha praticato dei buchi per gli occhi, chi tira su una bandana su bocca e naso e si rientra. Quando il gruppo esce dalle viscere della terra hanno le orecchie che fischiano. La miniera non è un posto turistico e hanno brillato ben quattro mine durante il loro tour.

Il pomeriggio visitiamo la Casa Moneda, ora trasformata in un museo. Una visita molto interessante.

 

10 Agosto

Lasciamo di nuovo in autobus Potosì per raggiungere Uyuni. Uyuni è una sperduta cittadina dell’altopiano che dà nome al più grande lago salato del mondo:il Salar de Uyuni. Per la cronaca il secondo salar del mondo è il Salt Lake dello Utah. Poi viene il Salar de Atacama che visiteremo quando arriveremo in Cile. Il Salar de Uyuni è così grande da poter essere visto dall’alto senza problemi. Non ci credete? Guardate allora la mappa di prima nella versione satellitare:
Enorme, bianchissimo, abbacinante. Occhiali da sole obbligatori per il salar. Guardarlo mentre scendiamo dai monti verso Uyuni è impressionante. Arrivati ad Uyuni prendiamo posto all’Hotel Girasoles. Passiamo il pomeriggio in giro per la cittadina. Zeppa di turisti francesi e danesi. Ormai siamo scesi a 3600 metri. Si boccheggia di meno…

 

11 Agosto

La mattina vengono a prenderci quattro macchine della Tupiza Travel. Per i prossimi quattro giorni finiranno le “comodità” perché per visitare il Salar de Uyuni e le lagune d’alta quota non c’è altra soluzione che dormire nei rifugi. Noi siamo quattordici persone. Ogni macchina ha il suo autista e abbiamo due cuoche al seguito. Abbiamo a bordo: pezzi di ricambio per le auto, cibo per quattro giorni, sacchi a pelo da -5 (affittati tramite la Tupiza Travel), carburante di riserva. Una volta entrati nel salar non ci saranno più strade e saremmo affidati alla conoscenza del territorio dei nostri autisti. Per i prossimi quattro giorni ci laveremo relativamente poco. L’acqua nei rifugi non è riscaldata. E, mentre di giorno la temperatura raggiunge i 20-25 gradi, di notte precipita tra i -10 ed i -15 gradi.
Prima di addentrarci nel salar andiamo a visitare il Cementerio de Trenes di Uyuni. Un po’ di storia. Alla sua indipendenza la Bolivia contava un territorio doppio dell’attuale. Possedeva uno sbocco sull’Oceano Pacifico tramite il porto di Antofagasta ed quella striscia di territorio che comprende il deserto di Atacama. Però poi la Bolivia è riuscita a perdere tutte le guerre a cui ha partecipato. Non paga di essere già stata sconfitta dal Paraguay (che raddoppiò il suo territorio con la vittoria), alleata del Perù scese in guerra contro il Cile. I cileni sono incazzosi, ragazzi! Sconfissero la Bolivia ed invasero il Perù. Conseguenza? Perdita dell’Atacama da parte della Bolivia. Da Uyuni partiva questa ferrovia che trasportava i minerali estratti delle miniere circostanti ad Antofagasta (qui vicino c’è per esempio la miniera di zolfo più alta del mondo, roba sui 5000 metri). Con la sconfitta la linea ferrata fu abbandonata ed i treni lasciati alla ruggine nella stazione di Uyuni. Dove si possono ancora vedere. Ah… per completezza, ora i minerali sono trasportati via camion dalla Bolivia al Cile. Li avvistate a distanza dalla nuvola di polvere che innalzano dietro di se.
Dopo aver visitato i vagoni e le locomotive abbandonate ci avviciniamo al salar. Consegnamo ad un check point militare la lista dei passeggeri e finalmente entriamo nel salar. Il bianco è abbacinante. Anche con gli occhiali da sole è difficile tenere gli occhi aperti. Per fortuna le macchine hanno i vetri oscurati, cosa che ci consente di guardare il panorama con una certa tranquillità. La parte iniziale del salar è sfruttata dalla popolazione locale per raccogliere il sale superficiale e rivenderlo. Il sale è raccolto con la pala e gettato sul cassone di un camion. Roba da spaccare la schiena. L’acqua si raccoglie nelle zone scavate dando vita a delle pozze. Le guide ci spiegano che i primi tre metri sono sale puro. Poi inizia ad essere misto ad altri minerali. Proseguendo verso l’interno notiamo che la superficie del salar non è piatta ma percorsa da un reticolato continuo. Ci spiegano le nostre guide che queste spaccature superficiali sono causate dall’acqua quando evapora.
Raggiungiamo un rifugio nel mezzo del salar costruito solo con blocchi di sale. In realtà scopriremo che tutti gli edifici intorno al salar sono costruiti con blocchi di sale. Per evitare che il salar si inquini adesso è proibito pernottare in questi vecchi rifugi al suo interno, ma si è obbligati a raggiungere quelli costruiti sui bordi del lago. Dopo la sosta al rifugio raggiungiamo l’Isla Incahuasi. Incahuasi vuol dire casa degli Inca. E’ uno sperone roccioso che spunta nel centro al salar. Su questo sperone crescono dei cardones millenari e noi qui pranziamo. Lo spettacolo intorno è incredibile. Sembra di essere veramente su un isola, spersa in un mare bianchissimo.
Dopo pranzo ci dirigiamo verso nord per raggiungere Coqueza, villaggio ai piedi del vulcano Tunupa. Qui vivono diciotto famiglie allevando lama. Come in tutte le case dei pastori da qui in poi la poca energia elettrica è fornita da piccoli pannelli solari. Noi ci ricarichiamo cellulari e batterie della macchine fotografiche. Loro ci alimentano delle radioline. L’avevo già detto alla Laguna de los Pozuelos: sono vite diverse dalle nostre. Molto diverse.
Tra il salar e Coqueza c’è una piccola laguna. L’acqua è salamoia, densissima. Zeppa di fenicotteri rosa. Uno spettacolo a dir poco affascinante. I fenicotteri hanno un adattamento fisiologico agli sbalzi termici (hanno pochi vasi periferici) per cui proliferano indisturbati in queste zone. Restiamo incantati fino al tramonto. Per fortuna siamo prudenti. Negli zaini abbiamo giacconi, sciarpe e quant’altro. Al calar del sole la temperatura precipita velocemente. Ceniamo nel rifugio, fatto, come accennavo prima, di blocchi di sale e con finestre raffazzonate. Avrò freddo la notte? E’ la mia prima esperienza in sacco a pelo. Siamo in tre nella stanzetta ed io mi affido ai consigli dei miei navigati compagni. Mi metto il pigiama di cotone ed il cappellino di lana e mi chiudo nel sacco a pelo. Ora, se ci si infila mezzi nudi in un sacco a pelo fatto di piume d’oca (o almeno mi sembra fatto di piume d’oca) dopo un po’ il caldo si fa sentire! Le ragazze freddolose che non seguono il consiglio ed entrano vestite con tanto di giaccone non solo riposano scomodamente ma nemmeno si riscaldano. Seguite sempre i consigli delle persone più navigate di voi 🙂

 

12 Agosto

La mattina ci alziamo presto per andare a vedere l’alba nel salar. Il sole ci illumina a -5 gradi.
Sorto il sole le nostre guide ci portano sul vulcano Tunupa. Si fermano a 4000 metri e ci invitano a seguire il sentiero per una bella passeggiata. Noi ci avviamo. La passeggiata in salita è molto bella costellata da muretti a secco e pile di rocce. Le pile sono dei “segni di passaggio”. Qui le rocce si spaccano secondo delle linee dritte. Ed è possibile impilarle. E allora i turisti creano queste piccole pile per testimoniare il loro passaggio. Il cono del vulcano – anzi il mezzo cono, residuo di una antica eruzione esplosiva – è multicolore con delle nevi perenni sulla cima. Pant, pant… ma quanto sono salito? Me li sarò scalati ottocento metri? Macché! Utilizzo l’altimetro dell’iPhone. Siamo – senza fiato – a 4200 metri.
Il grosso del gruppo si accascia su un bel masso e ci godiamo il panorama. Qualcuno prova a proseguire ma nessuno riesce a superare i 4500 metri. I 5000 della cima del Tunupa ci accontentiamo di rimirarli da sotto. Tornando indietro una delle guide ci fa entrare in una grotta dove troviamo delle mummie. Non sono le prime che vediamo, già a Salta avevamo visto delle mummie nei musei. Queste però sono davanti a noi senza una teca.
La tradizione funeraria quechua prevedeva di posizionare il morto in posizione fetale, ricoperto da un panno e sepolto sotto un cumulo di pietre. Le condizioni climatiche particolarmente favorevoli (trovatela qui l’umidità voi, con tutto quel sale intorno!) hanno fatto si che sulle Ande sia facilissima la mummificazione dei corpi.
Ritornati alle jeep rientriamo nel salar per raggiungere un secondo sperone roccioso, un’isla a sud di Incahausi. Pranziamo lì ed esploriamo l’isola. A quel punto ci avviamo all’Hotel del Sal di Atullcha. Qui il villaggio deve essere così minuscolo che nemmeno comprendiamo se ci sia o meno. Però… rullo di tamburi: c’è l’acqua caldaaaaaa. Docciaaaaa.

 

13 Agosto

Gli itinerari che vedete nelle mappe di Google sono di massima in queste zone. Non esistono vere strade. I nostri autisti sanno dove andare, conoscono il nome dei monti, distinguono ad occhio quale delle cime è in Bolivia e quale in Cile. Ormai ci spostiamo ad altezze notevoli. Niente piante, niente cardones. Al massimo licheni. Passiamo per un piccolo salar, il salar de Ch’iguana. Al contrario dell’abbacinante Salar de Uyuni, questo non presenta il sale dilavato dalle piogge ed è marrone e polveroso. Proseguiamo verso le lagune d’alta quota.
Le nostre guide hanno chiamato la zona che ho cerchiato nella mappa Camino de las Joyas. Comprende la Laguna Canapa, la Laguna Hedionda, la Laguna Chiarkota, la Laguna Honda e la Laguna Ramaditas. Le lagune sono più basse del territorio circostante, sui 3600 metri. Sono molto suggestive e anch’esse piene di fenicotteri rosa.
Tra una laguna e l’altra risaliamo sempre oltre i 4000 metri. La carenza d’ossigeno ormai è così pronunciata che basta distrarsi per un attimo e fare magari uno scatto, presi dall’entusiasmo per una foto, che si rimane spezzati in due senza fiato. Mentre ci muoviamo tra i 4000 ed i 4200 metri siamo circondati da vette che superano i 5000. Alcuni sono vulcani in attività e vediamo anche qualche pennacchio di fumo. Per raggiungere la Laguna Colorada dobbiamo passare per il Deserto di Silioli.

Questo è il passo più alto che dovremmo svalicare (4700 metri) e fino alla settimana prima era bloccato dalla neve! Paradossalmente questo è comunque il momento migliore per visitare il Salar de Uyuni e le lagune d’alta quota perché o il cielo è libero oppure nevica direttamente! Il salar nella stagione umida si presta per ottime foto essendo ricoperto da un velo d’acqua, ma bisogna anche essere molto fortunati a capitare proprio quando non stia piovendo. Il Deserto di Silioli al nostro passaggio presenta ancora banchi di neve ghiacciata ma comunque è percorribile. Qui ormai non ci sono più neanche i licheni visto che questa zona rivaleggia con il Deserto de Atacama per essere la più arida al mondo. Al termine del passo incontriamo, immerso nella neve, l’Árbol de Piedra. E’ una formazione rocciosa veramente singolare. Sembra veramente un enorme albero di pietra. Nonostante le raffiche di vento freddissimo ci arrampichiamo allegramente e ci tiriamo pure le palle di neve.

Ripartiamo con le auto ed iniziamo a scendere di quota. Non troppo, 4200 metri, dovessimo respirare troppo facilmente! C’è qualcosa all’orizzonte, una striscia rosso sangue. La Laguna Colorada dicono i nostri autisti. Ora, quando ti dicono che andrai ad una laguna dal colore rosso tu pensi ad una cosa tenue, tipo la spiaggia di Budelli in Sardegna. Non pensi di trovarti di fronte un colore così intenso. Raggiungiamo la laguna e fermiamo le auto su una cresta per vederla dall’alto. Scendiamo dalle auto, ma tira un vento spaventoso. Non intendo che tiri un vento forte. Ma fortissimo. Le raffiche sono tali che aprendo lo sportello te lo ritrovi sbattuto in faccia. Una volta usciti è difficile rimanere fermi in piedi. Soluzione: scendiamo lungo la scarpata così da essere protetti e poter rimirare lo spettacolo della laguna. E’ proprio rosso sangue – deve il colore a delle alghe – e zeppa di fenicotteri rosa. Poi ci sono anche questi bianchissimi isolotti di borace che galleggiano in alcune zone della laguna.
E’ un paesaggio alieno. Sembra di essere, che so? su Marte anziché sulla Terra. Non possiamo trattenerci a lungo, il sole rischia di calare e dobbiamo raggiungere il rifugio per la sera. Dormiamo a Huayllajara.

 

14 Agosto

La mattina si va a Sol de Mañana. Sol de Mañana è una zona geotermica caratterizzata da potenti fumarole. In questo posto così particolare raggiungiamo il record di altezza del nostro viaggio: 4950 metri sul livello del mare. Ci sono fanghi che sobbollono, getti di vapore che si innalzano imperiosi verso il cielo. Passeggiamo lentamente tra una pozza ed una fumarola pensando alle enormi potenze che si sprigionano in questa zona della Terra.
Dopo una breve escursione alla Laguna Celeste ritorniamo alla Laguna Colorada. In tarda mattinata il vento non si è ancora alzato, le acque sono calme ed il colore della laguna è molto, molto meno intenso. Passeggiamo lentamente lungo le sponde della laguna godendoci il momento magico.
Dopo pranzo inizia ad alzarsi il vento. Le acque si increspano ed il colore della laguna diventa più acceso. Più aumenta la forza del vento, più intenso diventa il colore. La laguna diventa arancione! Risaliamo sulle auto giusto in tempo. Il vento è ormai fortissimo e abbatte sulla laguna un muro di polvere! Finché non saremo vicini a Quetena Chico sarà impossibile scendere dai mezzi per il vento e la polvere che questo solleva. Quetena Chico è un poverissimo villaggio di allevatori di lama. Ospita nei pressi una base militare e questo garantisce un ripetitore per i cellulari. Dopo giorni torniamo reperibili! Passiamo la nostra ultima notte in Bolivia in un rifugio qui a Quetena Chico.

 

15 Agosto

Partiamo presto per vedere le ultime lagune. Incrociamo anche una sorgente geotermale con la possibilità di fare un bagno caldo! Ma le ultime due lagune sono anch’esse delle sorprese. La Laguna Blanca ma soprattutto la Laguna Verde. Verde, proprio verde!
La mattina alla partenza il tempo era ancora bello ma all’orizzonte si addensano nubi foriere di tempesta. Ci dicono le nostre guide che domani nevicherà! Per ora di pranzo il vento si alza e le nuvole iniziano ad addensarsi sulla Laguna Verde. E’ ora di raggiungere il confine. E si, perché passeremo il confine a piedi proprio qui, alle pendici del Volcán Licancabur, a 4000 metri. Abbiamo appuntamento proprio al confine con un mezzo che dovrà accompagnarci a San Pedro de Atacama, giù a 2000 metri. Il posto di confine consiste in una garitta con annessa abitazione del soldato di guardia. Intorno letteralmente il nulla: neve ghiacciata e gelide folate di vento che spirano dalle pendici del vulcano. Il nostro mezzo ritarda di un’ora – scopriremo poi che è stato perquisito ben benino alla dogana cilena. I nostri autisti ci fanno compagnia ed intanto si imbottiscono di foglie di coca. Debbono tornare direttamente a Tupiza e guideranno per tutta la notte. E’ imperativo rimanere svegli. Arrivano i cileni, salutiamo i boliviani e ci avviamo verso San Pedro. La via disegnata sulla mappa sopra sembrerebbe una comoda via che scende a valle. L’unica cosa comoda è l’asfalto. Per il resto la via è uno zig zag ripidissimo con tornanti strettissimi. La via è costellata di croci e di rottami di camion, camper e macchine a cui hanno ceduto i freni. NON E’ un bello spettacolo. Soprattutto il rottame del camper con quattro croci sul bordo strada. Comunque arriviamo integri e vivi a San Pedro de Atacama. Vista la quota relativamente bassa recuperiamo tutta la nostra energia (viva l’ossigeno!) e prendiamo alloggio al Residencial Don Raul. E dopo una doccia bollente si va a cena in un carinissimo ristorante locale dove andiamo giù di bistecca e vino cileno. Andiamo a dormire sbronzi e felici.

 

16 Agosto

Non c’è sbronza che tenga: pronti alle 6,30 del mattino per le escursioni della giornata. Siamo dei leoni a questa quota 😀
Prima tappa: il Salar de Atacama. E’ un salar molto diverso da quello piano e bianchissimo di Uyuni. Qui il suolo è tutto brullo e marroncino. La nostra guida ci spiega che ad Uyuni piove. La pioggia dilava l’argilla e spiana il sale. Qui in Atacama non piove. O al massimo cade una pioggerellina leggera leggera per dieci minuti all’anno. Quindi l’argilla resta impastata con il sale ed il terreno resta brullo. Davanti a noi comunque c’è una piccola laguna con degli incantevoli fenicotteri rosa. Per la cronaca la guida ci spiega che l’acqua che scorre nei rubinetti di San Pedro de Atacama proviene da una falda sotterranea alimentata dal disciogliemmo delle nevi sulle Ande.
Seconda tappa: le lagune d’alta quota cilene. Risaliamo a 4000 metri per le Lagunas Miscanti y Meñiques. Qui la neve abbonda ma lo spettacolo è mozzafiato. Scendendo a valle ci fermiamo al pueblo di Toconao e poi torniamo a San Pedro. L’avevamo già notato ieri sera. San Pedro de Atacama è una cittadina molto turistica. Architettura curata ma palesemente finta, ottimi locali per aperitivi e cene, negozi di souvenir ad ogni angolo.
Nel pomeriggio raggiungiamo la Valle de la Luna. Entriamo in questo enorme canyon dalle pareti fatte a piccoli gradini. La guida ci prega di rimanere fermi ed in silenzio. Uhm… si sente un rumore strano. Dalla roccia proviene ogni tanto qualche tic. Ci stesse per crollare tutto addosso?!? La guida ci rivela che in realtà non siamo circondati da rocce ma da sale misto ad argilla. I rumori che sentiamo sono dovuti alla rottura dei blocchi di sale a causa dell’innalzamento della temperatura pomeridiana. Quelle rarissime volte che piove in Atacama – circa una volta ogni otto anni – l’acqua è sufficiente per dilavare l’argilla dalla sommità dei pinnacoli sulle pareti del canyon. E se c’è una notte di luna piena allora la luce della luna si rifletterà sulle pareti. Fenomeno all’origine del nome dato alla valle. Spettacolare!!!
Proseguiamo nel canyon fino ad un arco. La guida ci dice che è troppo pericolante per proseguire. Giorno dopo giorno, sbalzo termico dopo sbalzo termico, la struttura cederà e crollerà. Impossibile dire quando ma meglio non esserci sotto quando accadrà. Proseguiamo il tour visitando altri canyon, soprattutto una zona piena di rocce dalla forma strana. Non siamo ai livelli della Monument Valley in Arizona ma Las Tres Marías mi ricordano la formazione The Three Sisters della valle nordamericana. Finiamo la giornata guardando su una grande duna il tramonto calare sul deserto di Atacama.

 

17 Agosto

Il programma prevede di andare a vedere queste fumarole, Geisers del Tatio, a 4000 metri. La partenza è prevista prestissimo, alle 4,30. Dicono che solo all’alba si possano vedere bene. Mah… Iniziamo ad essere veramente stanchi ormai, ma stringiamo i denti e facciamo la levataccia. Ci aspetta un autobus. Riscaldamento a palla, ci sono le copertine. Riprendiamo a dormire mentre percorriamo la strada verso il Tatio. Ogni tanto guardo fuori. Di giorno non ci fai caso, ma in Atacama non c’è un filo d’umidità. La notte il cielo è così terso che mi accorgo che nella costellazione di Orione ci sono stelle che non ho mai visto! Ad un certo punto mi accorgo anche che i vetri all’esterno si sono ghiacciati. Poco male. Stiamo salendo in quota. Inizio a preoccuparmi però quando si giacciano anche all’interno!
Arriviamo al Tatio. Mettiamo giubotti, calzamaglia, sciarpa, guanti. E usciamo alle 6 del mattino a goderci i nostri bei -13 gradi!!! Fumarole, fanghi che sobbollono, addirittura una piscina termale dove potersi fare il bagno. Ed un freddo cane. Troppo freddo per i miei scarponcini da trekking che non mi isolano abbastanza. Mi rifugio in autobus a riattivare la circolazione nelle dita dei piedi per evitare di perderle 🙁 Scendendo a valle sorpassiamo i soliti fiumiciattoli dalla superficie ancora ghiacciata e facciamo una sosta al pueblo de machuca. La temperatura è abbastanza alta ormai per togliere calzamaglia e felpa. Visitiamo il pueblo e torniamo a San Pedro. Nel pomeriggio dobbiamo raggiungere l’aeroporto di Calama per andare a Santiago del Cile. Il programma di Avventure prevederebbe una trasferta in autobus di dieci ore. Ma noi abbiamo bisogno di qualche confort ormai. Al momento della programmazione Anna Maria, la nostra capogruppo, ha dovuto penare per riuscire a farci prenotare questo volo. Il sito web della compagnia cilena accettava solo carte di credito emesse in Cile. Anna Maria di notte, visto il fuso, chiamava gli uffici e chiedeva di pagare con bonifico. Insistendo prima con l’impiegato e poi con il dirigente alla fine ci danno la possibilità di pagare con questa modalità. Ragion per cui in serata siamo nella capitale del Cile all’Hotel Libertador.

 

18 Agosto

Ritmo cittadino finalmente. Ci si alza con calma per una colazione senza stress. Tra l’altro a Santiago piove. E tutt’intorno nevica.  Visitiamo qualche chiesa. Per pranzo andiamo nel mercato del pesce (costruito nella Vienna asburgica, trasportato in nave ed assemblato qui) dove sono presenti anche dei ristoranti. Visitiamo poi La Chascona, la casa di Pablo Neruda, trasformata in museo. Poi saliamo con la cremagliera sul Colle San Cristóbal, dove ha appena finito di nevicare. La statua della vergine è immersa nella nebbia e dal colle guardiamo il tramonto scendere sulla metropoli di Santiago.

 

19 Agosto

Oggi il sole splende. Di nuovo giro in centro: Plaza de Armas, La Vieja Estación, Palacio de la Moneda, qualche chiesa, il magnifico Parco Cerro Santa Lucia. Qui Santiago fu fondata e nel contesto del castello sorge un parco splendido. La sera in aeroporto per il volo di ritorno: Santiago-Buenos Aires e Buenos Aires-Roma.

 

Video

Il mio hobby è la fotografia, quindi non aspettatevi mai molto dai video che occasionalmente giro.

Il primo video è un collage dei clip girati da me con l’iPhone. Al tempo avevo un 3GS e la qualità è quella che è. Aggiungeteci poi che molte riprese sono state fatte in movimento sui mezzi e che le strade, quando ci sono, non sono proprio il massimo!

Il secondo video è un montaggio dai filmati della telecamera di una delle ragazze del gruppo. La camera non era di alta qualità e i colori ed i contrasti sono molto degradati.


 

Il gruppo

Paolo

Viola

Stefano

Serena

Paola

Mauro

Marco

Lorenzo

Laura

Cristina

Anna Maria

Alessandro

Paola