Aldo Moro era Presidente della Democrazia Cristiana quando fu rapito dalle Brigate Rosse il 16 Marzo 1978. Dopo 55 giorni fu ucciso dai suoi rapitori ed il suo corpo fu fatto ritrovare il 9 Maggio in una Renault 4 rossa. Tutto ciò che è successo tra queste due date è quello che Sciascia chiama l’affaire Moro.
Il pamplet di Leonardo Sciascia merita sempre di essere letto o riletto nel mio caso. Anche se Sciascia stavolta adotta uno stile a volte ingarbugliato, uno stile che necessita di costante concentrazione da parte del lettore per essere inteso fino in fondo.
Anche a distanza di così tanti anni Sciascia riesce comunque a renderci pienamente partecipi del suo punto di vista, che è quello della minoranza della Commissione Parlamentare che fu instituita per gettare luce sui tanti punti oscuri della vicenda. Vengono messi all’indice soprattutto il caos investigativo e la mancanza di collegamento tra le autorità inquirenti, inefficienze che avrebbero resa vana qualunque possibilità anche casuale di trovare la prigione del popolo” in cui era segregato Moro. Il materiale su cui molto lavora e ragiona Sciascia nell’affaire sono le lettere di Moro. Lettere che lui esamina minuziosamente, passo per passo, parola per parola. E che, a suo dire, si rivelano essere piene di indizi che Moro stesso avrebbe inserito per dare indicazioni agli inquirenti. Indizi ovviamente non colti. Sciascia si schiera apertamente e senza dubbi con quelle forze che avrebbero voluto intavolare una trattativa con le Brigate Rosse per arrivare ad uno scambio di prigionieri politici. Cosa che forse era più facile a dirsi che a farsi. Forse… 
Quello che sicuramente resta di Moro da questo pamphlet è la forza morale di chi, prigioniero e con una sorte segnata, tenta tutto quello che può per restare in vita.

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