Roberto Bolaño era uno scrittore cileno. Nato a Santiago nel 1953, abbandonò il Cile all’indomani del colpo di stato che portò alla dittatura di Augusto Pinochet. Visse dapprima in Messico e poi in Spagna, dove si stabilì definitivamente e dove morì, nella città di Barcellona nel 2003.
Dopo aver pubblicato diverse raccolte di poesie, ottenne la consacrazione presso critica e pubblico come autore di romanzi e racconti nei quali ebbe modo di dispiegare una scrittura e un’inventiva originali, maturate attraverso un lungo confronto con i classici e le avanguardie letterarie, in particolare con il surrealismo e l’opera di Jorge Luis Borges. Se volete saperne di più su di lui c’è un bell’articolo su Rivista Studio qui.

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel giovane invecchiato. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea

Notturno cileno è una di queste opere dalla struttura originale. La narrazione infatti è un lungo, ininterrotto flusso di coscienza. Periodi lunghissimi, ricordi che si susseguono uno dopo l’altro mentre Sebastián Urrutia Lacroix sta morendo. Una struttura narrativa che è al contempo il suo pregio ed il suo difetto. Affascina – quanto meno ha affascinato me – ma richiede una notevole concentrazione per non perdere il filo del discorso. Quello di Notturno cileno è il Cile violentato da Pinochet, il Cile in cui si dipana la vita di Urrutia. Una vita fatta di compromessi e di silenzi da parte di un personaggio che nella sua lunga vita è stato un prete cattolico, un apprezzato critico letterario ed un poeta di poco conto. Un intellettuale sempre schierato con chi detenesse il potere, in tutti gli ambiti. Bolaño lancia in quest’opera il suo forte atto d’accusa contro tutti quegli intellettuali che in quel periodo si sono rifugiati nella loro arte, facendo finta di ignorare il mondo ingiusto e crudele che li circondava.

Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio

Notturno cileno è stata per me una scoperta recente, scoperta legata all’ultima edizione del Salone del Libro di Torino. Una selezione dei brani del libro infatti è stata letta da Fabrizio Gifuni (link qui) in una delle sessioni del Salone. Sono sempre stato restio verso gli audiolibri in genere. Nessun motivo in particolare, sono solo abituato più a leggere che ad ascoltar leggere. Visto però che in fondo l’opera non è corposa – circa 150 pagine – e che ho trovato la sua struttura narrativa adatta alla recitazione, ho voluto fare una prova ed ho trovato l’interpretazione di Gifuni pregevole.

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