Ridare vita al vecchio MacBook Pro

Il mio computer portatile, un MacBook Pro, risale al 2010. Parliamo di sette anni fa. Che in elettronica è veramente preistoria! A parte questo parliamo di una macchina solidissima, perfetta nel design e nelle funzioni. Eravamo ancora nel periodo in cui Apple produceva computer definiti “pro” per i professionisti e non per quelli che ora vengono definiti prosumer. Cioè quelle persone che hanno un hobby e hanno voglia e possibilità di investirci pur non avendo veramente l’esigenza di una macchina professionale. E’ una tendenza che la Apple di Tim Cook ha inaugurato, per fare un esempio, abbandonando il software di sviluppo fotografico Aperture per sostituirlo con il più basilare Foto. Sarò chiaro: il MacBook Pro 2016 è una macchina fantastica. SSD velocissimi, porte di nuova generazione, sottile e leggero. Tutto bello, ma…

C’è un ma grosso come una casa. Per quanto sia ottimizzato e performante ha due difetti insormontabili, almeno per le mie esigenze.

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Il passo falso di Adobe con Lightroom 6.2

Ad una settimana di distanza dal rilascio di Lightroom 6.2, Adobe arriva con la versione 6.2.1 e con delle scuse pubbliche. Cos’è successo? Oltre all’enorme potenziamento sul fronte cloud (ne avevo parlato qui), Adobe ha iniziato un processo di semplificazione dell’interfaccia di Lightroom. Si sono concentrati sul pannello di importazione rendendolo più user friendly. Da ex utente Aperture ho sempre sostenuto che la sezione di importazione aveva veramente bisogno di un ripensamento dalle fondamenta. Il team ha anche esagerato con la semplificazione, eliminando fin troppe opzioni. Ma questo è il meno. Adobe è incappata invece in un classico problema legato al software in questi ultimi ultimi anni: date di rilascio troppo serrate, che comportano l’arrivo in commercio di prodotti ancora immaturi. Nel caso specifico la nuova interfaccia mandava in crash irrimediabilmente le versioni di Lightroom installate sull’ultima release del sistema operativo di Apple, El Captain.

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Una settimana di polemiche su forum e social da parte degli utenti impossibilitati ad utilizzare Lightroom, lavoro sodo da parte del team e rilascio in questo weekend della versione corretta, la 6.2.1. Con tanto di scuse pubbliche da parte di Tom Hogarty, gran capo degli sviluppatori di Lightroom. E speriamo che la lezione sia bastata ad Adobe per indurli ad una revisione delle loro tempistiche. D’altronde questo sembrerebbe essere l’anno giusto per questo genere di riflessioni, con una delle grandi del settore, Apple, che ha rilasciato le nuove versioni dei suoi sistemi operativi puntando esplicitamente più sulla qualità che sulle nuove funzioni.

Native advertising su Il Post

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Il Post è un tipico sito ricco di contenuti originali diventato innavigabile a causa di un eccessivo utilizzo di pubblicità. Soprattutto su mobile, tra banner e popover, era preferibile rinunciare a leggerne le notizie piuttosto che avventurarsi a superare così tante barriere. Da ieri, attraverso i filtri dei miei content blocker (Ghostery su desktop, Silentium su iOs), sul sito è comparso il primo contenuto pubblicitario native advertising. Come vedete è evidente che sia un contenuto sponsorizzato. Andandolo a leggere si trova un articolo in stile Il Post, con una breve descrizione della collezione Milano, galleria foto ed anche un bel video. Tutte cose che, se veicolate da un banner, anche non avessi installato dei content blocker, non avrei mai visto.

Paper: la lunga strada per produrre un’App

Dare valore ad un bene immateriale come il software è sempre molto difficile. Siamo così “geneticamente” condizionati a valutare un bene nelle tre dimensioni, a soppesarlo, ad averlo fisicamente tra le mani, che questa difficoltà è più che giustificata. Per nulla giustificato è invece l’atteggiamento di chi si rivolge alle vie alternative per non pagare il software. Mi è capitato sovente di assistere a scene che non ho problemi a definire penose. Persone che si vantavano di aver scaricato giochini piratati sul loro dispositivo: “tanto che problema c’è” oppure “io a quelli non li do i miei soldi”. E parliamo di cifre che spaziano dall’uno ai due euro. Certo in questi comportamenti è insita l’arretratezza culturale di molti italiani (i furbetti che vogliono fare fesso il prossimo) ed una certa disonestà di fondo (spesso neanche percepita, tanto da spingere queste persone a criticare in altre sedi la disonestà presunta di vari personaggi pubblici). È una cosa a cui penso spesso – la reputo una della cause principali del declino italiano. Proprio per questo voglio raccontarvi un esempio che mi ha colpito del lavoro che c’è dietro al software. Spunto? La nuova versione di Paper per iPhone. pencil  

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Prime riflessioni sui content blocker

Sono passati solo due giorni da che sui dispositivi Apple, grazie ad iOS 9, è possibile bloccare gli script di tracking e la pubblicità invasiva che già ci sono le prime vittime. Clamorosa quanto inattesa è la marcia indietro di Marco Arment. Sviluppatore indipendente, aveva presentato due giorni fa la sua app Peace ed oggi l’ha ritirata dall’App Store. Invitando anche gli acquirenti a richiedere un rimborso ad Apple. Arment ci spiega che si è trovato di fronte un problema che aveva sottovalutato. Mentre da desktop queste applicazioni permettono di bloccare selettivamente i vari script – io per esempio non blocco quelli di Google Analytics, WordPress Stats, Disqus – su iOS la possibilità di scelta è più complicata. Il risultato è che vengono bloccati anche i servizi di quei siti che non hanno mai implementato politiche aggressive nei confronti della privacy dei propri lettori. Nel caso specifico di Arment si tratta di The Deck. E Arment non se l’è sentita di dover essere giudice dei destini di persone con cui collabora da anni.

silentium

Rispetto la posizione di Arment anche se non concordo con lui per più di un motivo. Ho intanto chiesto il rimborso per Peace e ho installato Silentium dello sviluppatore italiano Francesco Zerbinati. Funziona altrettanto bene ed anche questa app ha la possibilità di creare una whitelist, una lista di siti che non subiscono le censure del content blocker. Perché capita che un sito senza pubblicità resti inaccessibile. Come è vero che esistono realtà sul web attente ai propri utenti (vedi Saggiamente ed il loro articolo sulla questione)

C’è stata infatti una notevole levata di scudi da parte di molti siti – soprattutto i grandi blog in lingua anglosassone – che vedono il loro business model in pericolo. Senza rendersi conto che quel modello genera poca attenzione e molto fastidio nei loro utenti. Ha semplicemente fatto il suo tempo ed è in declino. Debbono solo rendersene conto ed affrettarsi a cambiarlo.

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