Il morso della reclusa

Ed eccoci al “un libro all’anno” di Fred Vargas. Perché Frédérique Audouin-Rouzeau, ricercatrice di archeozoologia del Cnr francese, nota a tutti con lo pseudonimo di Fred Vargas appunto, calibra con cura la sua produzione letteraria. Vargas si è ormai creata una fama notevole con il suo stile a metà strada tra il giallo, il thriller ed il noir. Lei lo definisce polar, crasi di poliziesco e noir. Ma il termine che più ne descrive lo stile è nocturne. Vargas riesce ad immerge il lettore in quel mondo visionario e onirico tipico delle notti dell’infanzia. A questo unisce un’abilità unica nel tratteggiare a livello visivo e psicologico i suoi personaggi, tanto da farceli sembrare veramente reali.

E così nella nuova avventura del commissario Adamsberg la pista da seguire arriva quasi per caso, inattesa e difficilmente riconoscibile. Tre anziani, nel Sud della Francia, sono stati uccisi da una particolare specie di ragno velenoso, comunemente detto reclusa. L’opinione pubblica, gli studiosi e la polizia sono persuasi che si tratti di semplice fatalità, tanto che la regione è ormai in preda ad una nevrosi. Adamsberg, però, non è d’accordo. E da qui parte la sua indagine… E come Magellano nella ricerca del passaggio verso l’Oceano Pacifico dovette fare vari tentativi lungo la costa dell’Argentina, esplorando una ad una tutte le rade che incontrava, esponendosi a fallimenti su fallimenti, rischiando l’ammutinamento della ciurma, così anche le indagini del commissario daranno vita a tensioni nella gendarmeria e subiranno più di una botta d’arresto prima di imboccare la direzione giusta.

Il treno per Tallinn

Il treno per Tallinn è un doppio giallo. Lo è nella trama. E lo è nell’identità del suo autore. Arno Saar è infatti lo pseudonimo di un celebre scrittore italiano. Un’operazione simile a quella condotta da J. K. Rowling, la celeberrima autrice di Harry Potter, che ha pubblicato alcuni thriller sotto l’identità di Robert Galbraith.
Detto ciò tocca passare al romanzo. Che parte bene, ha un’ambientazione interessante, è sicuramente ben scritto ma… ma si intuisce troppo presto chi sia l’assassino! Senza contare che il treno evocato nel titolo – che lasciava sperare in un richiamo all’Orient Express – diventa rapidamente marginale nell’arco narrativo. Se il difetto di molta narrativa contemporanea è l’eccessiva prolissità, qui al contrario con un centinaio di pagine in più avremmo avuto forse una storia più solida.

I detective selvaggi

Quando ho finito di leggere questo romanzo di Bolaño ho detto: bello. Poi ho considerato che spiegare a qualcuno perché l’ho trovato bello potrebbe non essere una cosa facile – vista sia la struttura che lo stile originali. E poi subito dopo ho pensato ancora: ma forse il bello di questo romanzo è proprio questo, quando una storia ti rimbomba in testa lasciandoti il desiderio di rileggerla e di approfondirla. Un po’ come Suttree di Cormac McCarthy.

Ma andiamo con ordine. Roberto Bolaño era uno scrittore cileno, nato a Santiago nel 1953. Abbandonò il Cile nel 1973 all’indomani del colpo di stato che portò alla dittatura di Augusto Pinochet. Visse dapprima in Messico e poi in Spagna, dove si stabilì definitivamente e dove morì, nella città di Barcellona nel 2003. Ho scoperto Bolaño con Notturno Cileno. Notturno Cileno era la sua ultima opera, quella dove il suo stile, uno stile di scrittura che qualcuno ha definito di disintermediazione creativa, arriva al suo livello massimo. Ne I detective selvaggi invece non siamo ad uno stadio così estremo. La storia è divisa in tre parti con una lunga sezione centrale di “interviste” in cui si seguono i personaggi principali, Ulises Lima (richiamo letterario per eccellenza) e Alberto Belano (alter-ego dell’autore), nel loro peregrinare. Una sezione che in fondo è un collage di racconti brevi, sebbene l’argomento verta sempre sui nostri protagonisti. Racconti a volte autoconclusivi, a volte sparpagliati e tesi a rincorrersi tra le pagine del libro.
Nella sua trama più essenziale il romanzo narra la nascita, nella Città del Messico degli anni 70, di un’avanguardia poetica nota con il nome di “realismo viscerale” o realvisceralismo (una corrente poetica che si oppone a quella di Octavio Paz) e della ricerca da parte dei due fondatori, Ulises Lima e Arturo Belano appunto, della misteriosa poetessa Cesárea Tinajero, considerata l’ispiratrice del movimento letterario. Ma la trama di per se è più una scusa per raccontare il fallimento di un apprendistato politico e poetico di tutta una generazione. Almeno questo è quello che emerge, visto che in alcune interviste Bolaño tentò di correggere il tiro su questa interpretazione, sostenendo che tutte le generazioni, per il semplice fatto di esistere, sono esposte al fallimento, che il romanzo quindi racconta di una lezione del XIX secolo che viene compresa solo guardandola dal XX secolo e che la lettura del suo romanzo non può esaurirsi in questo.

Per comprendere meglio un autore la cosa migliore è chiedere a chi lo conosceva e lo frequentava. Nulla di meglio quindi dell’articolo scritto da Enrique Villa-Matas in memoria del suo amico Roberto. Conobbe il nostro alla fine di quella che Villa-Matas stesso definisce la fase di clausura di Bolaño, o forse più che clausura la fase di anonimato, isolamento, segregazione.
Quella fase della sua vita in cui scriveva ma non pubblicava, in cui nessuno nel mondo letterario gli prestava la minima attenzione, in cui viveva una condizione di grande sconosciuto, condizione che non ha fatto che favorire la sua piena dedizione alla scrittura e che gli ha permesso di accumulare quella forza creativa che lo ha portato poi al successo in pochissimo tempo (considerate che La letteratura nazista in America è del 1996 e Notturno Cileno è del 2000 e che Bolaño è morto nel 2003).

Enrique Villa-Matas fa una bella descrizione di come questo isolamento abbia portato così tanti frutti.

Il caso del lungo isolamento di Bolaño a Blanes mi ricorda i libri di cui ci parla Elias Canetti ne La provincia dell’uomo, libri che teniamo lì per molti anni senza leggerli, libri dai quali non ci separiamo mai e che portiamo con noi da una città all’altra, da un paese all’altro, accuratamente impacchettati, malgrado lo spazio ridotto, e che magari sfogliamo solo al momento di disfare i bagagli; tuttavia, ci guardiamo bene dal leggere anche solo una frase completa. Poi, dopo parecchi anni, arriva un momento in cui, tutt’a un tratto, come spinti da un imperativo superiore, non possiamo fare altro che prendere uno di quei libri e leggerlo d’un fiato, da cima a fondo; quel libro è come una rivelazione. Proprio come quel libro, Bolaño probabilmente non avrebbe potuto dire così tante cose se non fosse rimasto muto per tutto quel tempo.

E tra le tante cose interessanti che Bolaño ha detto nel suo libro merita una nota l’idea stessa con cui ha deciso di entrare a far parte dell’industria editoriale, di entrarvi, si, ma senza accettarne del tutto le regole, flirtandovi e infrangendone qualche codice (il Belano che in questo romanzo si fa beffe degli autori presenti alla Fiera del Libro di Madrid ne è un esempio perfetto).

Sopravvissuto – The Martian

the_martianFin dall’inizio ci si rende conto che questo romanzo è più adatto ad essere una sceneggiatura – come è stato per il film The Martian – che per essere un romanzo. Vieni letteralmente catapultato ai tempi dell’università – almeno per chi come me ha una laurea in materie scientifiche. Equazioni, nozioni di astrofisica, botanica, chimica, matematica. Un Mac Gyver in versione aerospaziale, costretto a risolvere infiniti problemi con i pochi mezzi a disposizione.

La scrittura è asciutta e si legge gradevolmente, nonostante il finale a lieto fine così telefonato fin dalle prime pagine.

L’Avversario

avversarioA volte, in passato, avevo un incubo ricorrente. Viene fuori un problema con l’università, problema per cui un esame a caso non è più valido. Oppure non era stato da me sostenuto senza che nessuno se ne sia accorto. Ragion per cui mi si concedono sei mesi per sostenerlo onde evitare l’annullamento della laurea! Beh, l’ho detto, è un sogno, un incubo. Ti svegli la mattina, ti riprometti una cena più leggera e ti fai una risata prima di andare sotto la doccia.

Anche la storia di Jean-Claude Romand è un incubo, ma reale. La storia di Romand si è inceppata al secondo anno di università, facoltà di medicina. Non sostiene un esame ma non lo dice a nessuno e finge di andare avanti. Per tutti si laurea, diventa un medico e lavora per l’OMS di Ginevra. Padre di due bambini e marito amorevole, cittadino modello della piccola comunità dove vive, ogni mattina parte per Ginevra per andare in ufficio. Ogni tanto sta fuori per delle missioni ed al rientro non manca mai di portare dei doni agli adorati figlioletti.

In realtà Jean-Claude Romand passa il suo tempo a girovagare per i boschi e a leggere riviste. Il suo reddito è dovuto ad una serie di truffe finanziarie di cui sono vittime i suoi parenti e la sua amante. Finché il castello di carte, che miracolosamente si è tenuto in piedi per troppi anni, non inizia a crollare. E Romand per non dover affrontare la realtà massacra i due figli, la moglie e gli anziani genitori.

Ma questa è la cronaca giudiziaria di una storia assurda ed orribile. Emmanuel Carrère ci porta all’interno della vita di Romand. Ed è stata una lettura breve ma angosciante.

Suburra

SuburraSe dovessi giudicare Suburra come un romanzo di fantasia sul malaffare romano ne darei un pessimo giudizio. Personaggi stereotipati e situazioni irreali. Una per tutte la relazione tra una ex escort che si esprime con i modi, il linguaggio e la cultura delle peggiori borgate romane ed un raffinato produttore cinematografico, compito, educato ed estremamente colto. Gente del genere, così diversa, forse potrà stare insieme nella vita, ma in un romanzo diventa macchiettistica.

Il dramma è che Suburra non può essere giudicato come un’opera di fantasia. Ma come un’inchiesta “giornalistica” camuffata in veste di romanzo. Anziché ripercorrere il sentiero di Pasolini – io so, ma non ho le prove, quindi taccio – De Cataldo e Bonini sanno e raccontano per chi vuole e può capire. E lo fanno nel 2013, ultimo anno della giunta Alemanno a Roma.

Suburra racconta una parte del marciume venuto a galla con la successiva inchiesta denominata Mafia Capitale. E come protagonista degli intrecci malavitosi del romanzo e dell’inchiesta stessa la medesima persona. Quel Massimo Carminati che già compariva in Romanzo Criminale – la storia della Banda della Magliana – come Il Nero e che in Suburra diventa Il Samurai. E poi le bande di Ostia che hanno portato al commissariamento per Mafia del X Municipio di Roma. Ed il clan gitano che domina Cinecittà e molta parte di Roma. E quella politica così tragicamente debole e corruttibile. Un problema culturale questo complesso e drammatico. Un problema culturale di cui gli italiani sembrano troppo spesso non volersi liberare. Italiani che troppo spesso appaiono un popolo di furbetti che vogliono fare fesso il proprio prossimo ad ogni occasione. Salvo poi ergersi a censori dei malcostume altrui.

Cittadini erano quelli che condannarono alla cicuta Socrate, e cittadini, per giunta in maggioranza, colore che, tra il profeta Cristo e il ladrone Barabba, scelsero quest’ultimo.