Ancillary Justice

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Ancillary Justice è un libro di fantascienza diverso da quelli a cui siamo normalmente abituati. Quando dico diverso intendo che qui mancano gli “spiegoni”, quelle lunghe digressioni dedicate a spiegarci appunto il perché ed il per come del mondo immaginato dall’autore. Ancillary Justice proprio per questo è un libro difficile, sebbene affascinante. Fin da subito siamo catapultati in un universo così alieno che solo dopo aver letto non meno di un terzo del libro iniziamo ad orientarci. Mettetelo in conto: per il primo centinaio di pagine la lettura rischierà di essere molto complicata ed a volte frustrante.

In questo romanzo Ann Leckie parla di intelligenze artificiali, di religione, di politica, d’economia, di differenze di genere e razze. E lo fa in maniera intelligente e profonda, tanto da farle vincere i principali premi letterari della fantascienza, il Premio Hugo ed il Premio Nebula. Ragion per cui, anche se all’inizio può essere una lettura difficile, vale la pena affrontarla.

La storia si dipana su tre linee temporali, tanto per complicare ancora di più la vita al lettore 😜 Mille anni prima del presente, venti anni prima ed il presente dove convergeranno le tre linee temporali nell’ultima parte della trama. Una sola voce narrante: Justice of Toren. Justice of Toren è l’intelligenza artificiale di una nave trasporto truppe di un grosso impero galattico, l’Impero Radch. Questa intelligenza artificiale è una, la nave nel suo complesso, e molteplice, le sue ancelle. Cosa sono le ancelle? Alla fine di ogni nuova annessione, di ogni nuova conquista, parte dei ribelli prigionieri viene tramutata in queste ancelle, corpi svuotati del precedente proprietario umano e governati dall’intelligenza artificiale della nave di cui sono parte dell’equipaggiamento. Ed è una di queste ancelle, in un presente in cui la nave è stata ormai distrutta, la vera protagonista del romanzo.

Leckie è abile nel tessere la trama di un grande intrigo che diventa la premessa dei successivi libri della saga. Ed è molto brava a descrivere questa civiltà aliena umanoide ma così diversa da noi, civiltà in cui i generi non sono così definiti come nella nostra (i lui ed i lei si alternano spesso nel definire gli stessi personaggi disorientando spesso il lettore – o almeno me). Ed è anche molto brava a tratteggiare la cultura Radchai ed i suoi riti. Dall’abitudine a sorbire tè in qualunque occasione propizia, neanche fossimo in un’Inghilterra vittoriana elevata all’ennesima potenza. O per la vera e propria ossessione Radchai per le mani coperte da guanti. Una cultura in cui è così sconveniente avere le mani nude da far considerare il gesto di suonare uno strumento musicale come un qualcosa di molto intimo.

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