Dunkirk di Nolan rimontato come un film muto

Esiste un canale su YouTube chiamato Like Stories of Old dedicato alla critica cinematografica. L’autore si chiama Tom van der Linden ed è, come si intuisce facilmente, olandese. Nell’esaminare Dunkirk, l’ultimo film di Christopher Nolan, Tom ha voluto provare a rimontarne le scene senza parlato per confrontarlo con i film muti che Nolan stesso aveva citato come ispirazione del film. Così Tom ha iniziato a tagliare un po’ i dialoghi, a cambiare il formato (che nel nuovo video è in 4:3), a modificare i colori, a selezionare e rimontare le scene, ad aggiungere i testi. Il risultato ha sorpreso perfino lui: dalla colonna sonora alla rapidità dei movimenti, tutti i segni distintivi dell’era del cinema muto erano già lì.

Dalle parole di Tom: «Questo mio progetto è diverso da qualsiasi cosa abbia mai fatto prima. Doveva essere un video-saggio sulla narrativa visiva di Dunkirk e si è trasformato in quello che è di gran lunga il mio video più sperimentale. Tutto è iniziato quando ho rimontato alcune scene da Dunkirk in uno stile cinematografico muto per confrontarlo con i film muti che Nolan ha menzionato come sue ispirazioni. Sono rimasto sbalordito da quanto questo stile mettesse in evidenza il potenziale narrativo delle immagini del film, sia nel ritrarre i conflitti minori che nel raccontare la storia nel suo complesso. Quest’ultimo punto è stato un’interessante sfida per il mio video-saggio: se la traduzione di singole scene è relativamente facile – molti film recenti contengono momenti di ottima narrazione visiva – è più difficile trovare opere che potrebbero essere trasformate in un film muto nella loro interezza continuando a funzionare. Credo che Dunkirk sia una di queste».

Il lavoro di Tom dura 8 minuti, così da evitare problemi con i diritti di copyright, ma bene o male racchiude la trama basilare del film.

L’Angelo del Dolore su Spark di Adobe

L’aggiornamento per il 2018 della suite di Adobe ha portato ad un nuovo inizio per il suo software di sviluppo e catalogazione delle fotografie. Lightroom si è sdoppiato. Ora abbiamo la versione chiamata Lightroom Classic CC (iniziano ad incartarsi in Adobe tra nomi, nomignoli e siglette varie 😬) che prosegue nel solco della storica applicazione desktop, integrata man mano con le moderne componenti web. E la nuova versione, che eredita il blasonato nome di Lightroom CC e che nasce già web-centrica prevedendo il caricamento dei file originali direttamente sui server cloud di Adobe. Versione giovane ed immatura, che ci si aspetta crescere man mano fino ad equiparare per funzionalità la versione Classic.

L’operazione è stata foriera di polemiche. Ormai Lightroom è disponibile solo su abbonamento e, per cataloghi corposi, il singolo Terabyte della nuova versione rischia di andare stretto a molti. Facendo temere altri esborsi per l’acquisto di ulteriore spazio. Detto ciò la concorrenza, soprattutto lato Mac, non dorme e nel 2018 si preannunciano varie proposte commerciali scevre da abbonamenti e capaci di gestire cataloghi corposi. Personalmente sono molto curioso di vedere come sarà l’implementazione che stanno sviluppando quelli di Macphun per il loro Luminar.

La demo di Luminar si comporta molto bene nello sviluppo dei raw con cui l’ho provata ed una volta che potrà gestire i cataloghi delle fotografie, chissà… potrei passare stabilmente al loro software…

Nel frattempo debbo ammettere che Adobe ha costruito un ecosistema ben integrato per giustificare il pagamento di un abbonamento. Con la sincronizzazione sui loro server degli album di fotografie e le versioni di Lightroom per mobile e web è possibile sviluppare un raw praticamente ovunque. A Marzo a Tromsø io stesso ho sviluppato sull’iPad le foto scattate poche ore prima all’aurora boreale.

Oggi a tempo perso ho giocato con l’applicazione Spark. Cos’è Spark? Di fatto è una famiglia di tre applicazioni (mobile e web) per creare grafiche, pagine o video di grande impatto in maniera semplice. Beh… dato che le immagini dicono più delle parole vi metto un video di Adobe qui sotto ed il link alla pagina di Spark qui.

In effetti funziona molto bene. Carica le foto direttamente dagli album condivisi sul web di Lightroom, permette l’inserimento di contenuti fissi o a scorrimento sulle immagini, la formattazione del testo. Tutto in modo semplice. Detto ciò, visto che siamo nel periodo di Halloween ecco a voi un contenuto in linea col periodo: l’Angelo del Dolore. Basta cliccare sull’immagine qui sotto per essere trasportati nella relativa pagina di Spark 😉

Adobe Spark Page

Un fan sta facendo il remake degli effetti speciali del film Dune di Lynch

Mi è capitato sotto gli occhi casualmente il lavoro di Sasha Burrow, un artista degli effetti speciali della società Asylum. Parliamo dell’azienda che produce i film della serie Sharknado, roba trash in cui un uragano riversa frotte di squali famelici per le strade di Los Angeles. Roba così trash da meritare un posto d’onore nel suo genere

Ma al di là del suo lavoro, Burrow è un fan del film Dune diretto da David Lynch nel lontano 1984. Anche se resta uno dei miei film preferiti, ad oltre vent’anni di distanza da quando fu girata, la pellicola mostra tutto il peso del tempo trascorso, soprattutto sul fronte degli effetti speciali. Che in un film di fantascienza sono la componente che più di ogni altra patisce il progresso della tecnologia ed il mutare del gusto del pubblico. Burrow sta tentando di rinverdire il film grazie alla sua esperienza nel settore. Ha chiamato il suo progetto Dune Special Edition e ci sta lavorando come hobby dal 2009.

Ammetto che trovo notevole il suo tentativo. Non parliamo di un lavoro banale. Scorrendo il sito in cui illustra i suoi progressi (lo trovate qui) possiamo veramente capire le difficoltà che deve affrontare e la passione che ci mette. A me però questo tentativo non piace tanto. Non ne faccio una questione estetica – che il work in progress di Burrow piaccia o meno è una mera questione di sensibilità e gusto personali – ma una questione filosofica. Il Dune di David Lynch è un classico della filmografia mondiale. Magari poco conosciuto dalle masse perché datato, ma nonostante questo parliamo sempre di un’opera complessa, girata da un regista ispirato. Solo il regista potrebbe dire la sua, un po’ come fecero Spielberg e Lucas quando decisero di rinnovare l’aspetto della trilogia di Star Wars aggiungendo oggetti nella scenografia ed aggiornando le esplosioni nello spazio.

Penso che sia arrivata invece l’ora di provare a girare veramente un nuovo film del mastodontico capolavoro di Frank Herbert. Ancora riverbera nella fantasia di molti il tentativo fallito di Jodorowsky, che già nel 1974 aveva tentato di portare sugli schermi Dune (ne avevo scritto qui) coinvolgendo artisti del calibro di Giger, Moebius, Dalì, Orson Wells e tanti altri big del tempo. Adesso con la potenza raggiunta dalla CGI e la possibilità di avere una definizione dell’immagine in 4k potrebbe essere arrivato il momento giusto, no?!?

Se Game of Thrones fosse un anime

Per tutti gli amanti della serie televisiva di Game of Thrones ho trovato questa animazione che immagina come sarebbe stato il promo se GoT fosse stato un anime giapponese.

Il video è opera di Malec. Malec è un artista francese. Vive e lavora a Tokyo con la sua compagna Kirika, che non è giapponese, bensì coreana. La loro è una produzione artistica che sprizza di buon umore, dove trovano albergo sicuro stupidità, tenerezza, amore per il genere trash e risate. Li trovate qui ospitati dal sito francese Turbo Interactive, oppure qui su Facebook. Hanno da poco pubblicato il loro primo libro a fumetti: Le Monde à Malec. Paris, Tokyo, Internet. per i tipi delle Editions Delcourt. Un libro che, come sottolineano loro due, è un concentrato di sole levante, internet e di shock culturale!

La Street Art del Trullo

 

Ovunque Sono

Pioveva rabbia
e lei danzava, nera
sul cemento.

Correva il film del mio lasciare,
oltre il campo
a veder la luce
e lei mi tirava fisso al mondo.

Sono uscito all’alba
da tende e case,
piene e vuote,
sempre il suo bacio
caro, sulla mia fronte.

Freddo il piazzale,
bagnato il prato,
mi copriva delle parole di mia madre.
Non sentivo altro.
Non sentivo il vento.

Tra i segni della mia vita,
scalza, mi seguiva.
Mi rotolavo su di lei
da bambino.
Ora annulla la mia solitudine
sacrificando il suo volto.

Se mi ritraggo si allunga,
se sono in bilico
mi afferra.

Il nero che vedo
lungo il cammino
contiene tutto.
Fa lo zingaro viandante
e il viandante specchio dell’uomo.

La mia ombra
è la mia casa,
il mio linguaggio.

 

Da qualche mese per lavoro frequento quartieri nuovi (nuovi per me) di Roma. Uno di questi posti nuovi è il Trullo. Come definirlo se non ne aveste sentito parlare finora? Borgata. Periferia. Spaccio e disoccupazione ne fanno un quartiere difficile. Comunque sia, come dicevo prima, è da qualche mese che io ci vado per lavoro e fin da subito sono rimasto colpito da un certo numero di opere di street art molto belle. Nulla di raffazzonato ma opere veramente ben fatte che, per qualità e numerosità, sinceramente non mi sarei aspettato in un posto con una tale fama. Sono per lo più murales policromi che emanano una notevole energia. All’inizio, scappa di qua, scappa di là, registro fugacemente queste opere con la coda dell’occhio mentre guido, mentre parcheggio, mentre entro ed esco dagli ambulatori dei medici di zona. Ora invece, ora che ho tirato la testa fuori dalla confusione delle vie nuove, degli ambulatori nuovi, degli ospedali nuovi ho finalmente il tempo di riflettere su quello che vedo. E di cercare qualche risposta alle domande che sorgono spontanee. Come si è arrivati ad ottenere una riqualificazione urbana nel cuore del Trullo? Qual è la storia dietro ciò che vedo? Chi sono le persone che hanno reso possibile e realizzato tutto questo?

Ovviamente serve sempre un simbolo, qualcosa che più di altre ti colpisce per spingerti a cercare una storia e poi a volerla raccontare. E quel qualcosa è stato l’enorme murales all’incrocio di Via del Trullo con Via Sarzana. Imponente. Una poesia – Ovunque sono di Maurizio Mequio, il “poeta del nulla” – a riempire il lato sinistro dell’edificio e l’immagine di un viandante solitario che scrive rivolto alla propria ombra, del venezuelano Luis Gomez de Teran.

Ed allora ho iniziato a scavare nel web, saltando da un blog ad un’altro, da YouTube a Facebook. Ed ecco quello che ne è venuto fuori…

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Cassini ultimo atto

E’ fatta. La sonda Cassini-Huygens è arrivata al termine della sua ventennale missione. Venere, Giove, Saturno e le sue lune Titano ed Encelado. Una delle missioni spaziali più longeve, spettacolari e proficue mai eseguite dall’uomo. Terminate ormai le scorte di carburante ha effettuato un tuffo nell’atmosfera di Saturno venendo così distrutto. Un grand finale, come lo ha battezzato la NASA, un vero finale col botto. Cassini è realmente stato dove mai nessuno prima di lui. Oltrepassati gli anelli di Saturno, ha perfino percorso gli starti superiori della sua atmosfera. Qui sotto un video della NASA che vi riassume brevemente la missione di Cassini.

Mentre in questo video potete ammirare anche l’ultima immagine trasmessa dalla sonda, immagine dove si vede lo stato di nubi attraverso cui avrebbe fatto poi il suo ingresso nell’atmosfera del gigante gassoso.

NASA mette a disposizione un vasto database di foto raccolte durante la missione. Le trovate qui. NASA ha anche pubblicato un ebook gratuito per celebrare la fine della missione. Lo potete scaricare qui nel formato che preferite. Detto ciò, l’immagine che più di tutte mi è sempre piaciuta è quella che vi lascio qui sotto. Si intitola so far from home, così lontano da casa… la trovo poetica ed al contempo spettacolare…